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Ritratti: Stefano Boeri

È stato insignito dell’International Highrise Award nel 2014 e l’anno successivo si è aggiudicato il premio come “grattacielo più bello e innovativo del mondo” secondo la classifica del Council on Tall Buildings and Urban Habitat.

Photo: Giovanni Malgarini

Photo: Giovanni Malgarini

È il Bosco Verticale, uno dei simboli della Nuova Milano situato nel Centro direzionale della città. L’ha firmato Stefano Boeri, uno degli architetti italiani più apprezzati anche all’estero.

The Bosco Verticale photo: Paolo Rosselli

The Bosco Verticale
photo: Paolo Rosselli

«Si tratta di un progetto di riforestazione metropolitana» spiega Stefano Boeri, «che, attraverso la densificazione verticale del verde (sono oltre 2000 essenze arboree, tra arbusti e alberi ad alto fusto, distribuite sui prospetti, ndr) si propone di incrementare la biodiversità vegetale e animale, riducendone l’espansione urbana e contribuendo anche alla mitigazione del microclima». Questo a Milano, così come a Losanna e vicino a Pechino, dove all’architetto è stato chiesto di costruire, nella zona più inquinata della Cina, una vera e propria città di boschi verticali.

Photo: Giovanni Malgarini

Photo: Giovanni Malgarini

Ma l’attenzione all’ambiente e all’interagire di una costruzione con il contesto circostante è un tema che interessa da sempre Stefano Boeri e sul quale si fondano tutti i suoi progetti. Sia esso un contesto fisso, come nel caso di un edificio, oppure mobile, come nel caso di un’imbarcazione. «Ho studiato molto questo concetto, soprattutto ogni volta che ho lavorato a un waterfront o a un porto. I porti sono luoghi che si trovano al centro del punto di incontro tra i flussi che arrivano dal mare e quelli che arrivano da terra. Sia nel progettarne di grandi, penso a Genova, Salonicco, Trieste, Marsiglia, Napoli sia nel realizzarne di più piccoli, come Marina di Carrara o La Maddalena, il tema è sempre stato quello di percepire l’architettura a partire dall’arrivo dal mare. Lo stesso discorso, si può fare per una barca, ma estremizzando. Per uno yacht, infatti, il rapporto con il contesto cambia ogni volta: la sua “città” è l’attracco stesso».

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Il primo lavoro legato a questo concetto con cui Boeri si è cimentato risale alla metà degli Anni ‘90 ed era un concorso per il Ponte Parodi a Genova. «Avevamo immaginato di costruire un’isola e cioè di tagliare uno dei grandi finger dello scalo e isolarne l’estremità, scavando dalla parte della banchina, per creare una piazza sotto il livello dell’acqua al centro del porto, collegata alla terraferma da un passaggio sottomarino».

Villa Méditerranée

Villa Méditerranée

Un’idea rimasta sulla carta e, forse proprio per questo, tanto cara all’architetto da ritrovarne traccia in alcuni dei suoi progetti più importanti. «È uno studio che mi è rimasto in mente e che ho inseguito facendo anche altri lavori come a Genova e alle Grenadine, dove stiamo rifacendo un piccolo porticciolo, compresi yacht club e lungomare. E soprattutto a Marsiglia, dove la Villa Méditerranée, un centro di ricerca e di produzione artistica e culturale sul tema Mediterraneo, è stata concepita come una piazza d’acqua che non desse le spalle al mare, ma che si aprisse ai suoi flussi».

Villa Méditerranée

Villa Méditerranée

Altro progetto che guarda il mare è quello dell’ex Arsenale militare nell’Arcipelago della Maddalena, che interpreta il rapporto tra gli elementi naturali circostanti e le forme rigorose della tradizione mimetica dell’architettura militare italiana. Da questi vengono i 15 edifici molto bassi, che rispettano l’altezza delle strutture già esistenti, o la trama che circonda il centro congressi Casa del Mare creando un nascondimento che garantisca una visibilità perfetta.

Military Arsenal in the La Maddalena Archipelago off Sardinia

Military Arsenal in the La Maddalena Archipelago off Sardinia

Per un’imbarcazione il discorso è molto simile. «Non ho ancora disegnato una barca» conclude Stefano Boeri, «ma credo che inizierei a riflettere sui flussi, sulla fluidità dei movimenti, sui modi per lasciare entrare la luce naturale e sul concetto di existenzminimum, ossia il dover lavorare su spazi minimi, perché si tratta di un oggetto che è necessario risenta nei materiali, nel linguaggio e nella logica d’uso di un’assoluta specificità».