Cannes, 2004. Le Régates Royales riempiono la baia di legni lucidi e vele antiche. Sulla banchina, un uomo si siede davanti a uno yawl dallo scafo color mogano e non smette di fissarlo. A bordo, il comandante Gianfranco Bacchi lo nota e scende a chiedergli il perché di tanta attenzione. «Questa era la mia barca», si sente rispondere. Fino a quel momento, racconta Bacchi, si era sempre creduto che la barca fosse legata al nome di Helly Hansen, la dinastia norvegese dell’abbigliamento tecnico da mare. Lo sconosciuto sulla banchina invece ne svela le vere origini: è Dan Walker, il nipote di Einar Hansen, il vero primo armatore, e la storia che porta con sé è persino più romanzesca della leggenda. La barca è Capricia, e la sua vicenda unisce il Nord Europa e il Mediterraneo, il più celebre studio di progettazione del Novecento e la famiglia più famosa d’Italia, la regata d’altura e la scuola di marineria.
Un purosangue nato in Svezia
Capricia nasce dalla matita di Sparkman & Stephens — progetto numero 1645 — e prende il mare nel 1963 dal cantiere svedese Bengt Plym. È uno yawl bermudiano di quasi 23 metri, costruito interamente in legno: quercia bianca per la struttura, mogano per il fasciame, teak in coperta. Un purosangue pensato per le regate d’altura secondo la formula RORC, che si impone subito: nell’anno stesso del varo si classifica prima in tempo reale alla Regata del Fastnet, alla New York YC Trophy Race e alla Britannia Cup.
Dietro la commessa c’è la figura svelata quel giorno a Cannes: Einar Hansen, editore di Malmö arricchitosi nel dopoguerra grazie all’intuizione che la flotta mercantile europea, decimata dal conflitto, andava ricostruita. Velista appassionato, nel 1958 si era fatto costruire Anitra, uno yawl di poco meno di quindici metri con cui aveva corso il Fastnet. Le linee gli piacquero al punto da chiederne, cinque anni dopo, una versione maggiorata: Capricia, appunto. «Una garanzia di linee performanti», racconta Bacchi. «I cantieri del Nord Europa hanno prodotto una barca solida e molto performante, capace di dare grandi soddisfazioni rispetto alle costruzioni mediterranee».
La sella da fantino dell’Avvocato
Nel 1971 la gestione diventa troppo impegnativa per Hansen, e la barca passa a Gianni Agnelli, di cui diventa la flagship. È l’inizio del capitolo più celebre della sua vita — e di qualche dettaglio che ha del leggendario. L’Avvocato timonava infatti seduto su una sella da fantino. Un’immagine suggestiva — il cavallo di razza governato, letteralmente, dalla sella — che inquadra una leggenda i cui contorni sono tuttora in parte avvolti dal mistero.
Agnelli mette mano anche agli interni, e lo fa a modo suo: al posto della cabina armatoriale una dinette per quattro persone, e un ribaltamento cromatico del paradigma dell’epoca — bianchi gli interni, color mogano l’esterno. Le vele, bordeaux come quelle di Anitra, sono rimaste tali ancora oggi: il tratto che rende Capricia riconoscibile a colpo d’occhio in qualsiasi rada del Mediterraneo.
La seconda vita: da salotto galleggiante ad aula di marineria
Nel 1993 Agnelli dona Capricia alla Marina Militare, che la destina alla formazione degli allievi dell’Accademia Navale di Livorno. A prenderla in carico è il suo primo comandante, Ugo Bertelli, che ne cura una riconfigurazione rispettosa ma funzionale: sbarcati la sella da fantino e la vasca da bagno voluta dall’Avvocato, la zona poppiera conserva la cabina del comandante, mentre dalla sala radio e nautica in avanti la barca viene resa ricettiva per imbarcare quindici persone nelle campagne estive. Il timone è ancora quello originale, in teak; solo i due tamburi delle drizze hanno lasciato il posto a winch moderni. Più di recente anche l’albero di maestra in legno, dopo decenni di onorato servizio e più di un intervento di risanamento, è stato sostituito da uno in alluminio — verniciato di bianco come l’originale, perché l’occhio non si accorga del cambio di secolo.
Bacchi sale a bordo come ufficiale in seconda nel 1997 e ne assume il comando nel 2002. Sono gli anni in cui le campagne addestrative coincidono con il grande circuito delle vele d’epoca: Palma, Port Mahon, Porto Cervo, Saint-Tropez, Cannes. Gli allievi imparano la marineria regatando contro le barche più belle del mondo.
E imparano soprattutto una lezione di vita, altrettanto importante rispetto alle skills tecniche: saper affrontare le privazioni. «Con Capricia ero abituato a preoccuparmi di due cose: che l’albero stesse su e che il motore si accendesse», racconta il comandante. «Il dissalatore non funzionava, l’acqua era razionata, e in una campagna facevo tremila miglia vivendo il mare con le privazioni che ti impone. Per gli allievi, passare da una nave da guerra a quella essenzialità era una palestra formidabile.»
Il maestro d’ascia di Sant’Antioco
L’episodio che meglio racconta cosa significhi tenere in vita una barca del genere risale al 2003. In navigazione verso Cagliari, sotto una violenta ponentata, si spacca l’attacco di una volante all’albero. Bacchi manda il secondo ufficiale a verificare con il banzigo: la lama di un coltello affonda nel legno e rivela la marcescenza che infestava l’albero di maestra.
I cantieri sono chiusi. Ne resta aperto uno soltanto, a Sant’Antioco. «Arrivo al molo dei pescherecci, a secco di vele, e vedo un signore di più di settant’anni con due cassette di legno in mano. Gli chiedo se può indicarmi il cantiere. Mi risponde: il cantiere sono io.» Bacchi reagisce con un misto tra stupore e panico. Lo spiazzamento iniziale dura poco: in Capitaneria confermano che se c’è una persona in grado di rimettere a posto quell’albero, è lui. Una gru arriva da Cagliari per sfilare le tre tonnellate di legno, e il maestro d’ascia comincia a scavare, riparare, dirigere. In venti giorni l’albero è risanato e riverniciato. «Eravamo diventati una famiglia»
Il collaudo si fa a Porto Cervo, in regata. Capricia vince, e il maestro d’ascia sale sul palco con l’equipaggio. «Da lì in poi è stato la nostra mascotte: me lo sono portato a tutte le regate.» Quell’autunno Bacchi compra casa sull’isola di Sant’Antioco, e consolida il legame con il maestro con cui nasce una vera e propria amicizia. Certe barche non si limitano a portarti nei luoghi: te li fanno abitare.
Lo sguardo di Bacchi sulla vela contemporanea
Cosa resta, oggi, di quella lezione? Bacchi guarda alla vela contemporanea con curiosità ma senza innamorarsene. «Non riesco a sposarmi ai foil, la Coppa America non riesce a coinvolgermi: non mi ci vedo a bordo, come invece mi vedrei su una barca tradizionale.» Nemmeno lo spirit of tradition — le linee d’epoca reinterpretate in carbonio, gli slanci di prua e di poppa su scafi modernissimi — lo convince del tutto: «Ho provato Wild Horses, ma non è la stessa cosa. Devi sentire il peso di una barca d’epoca, venticinque, trenta tonnellate. Oggi pesano la metà.»
È una questione di fisica, ma anche di responsabilità, virtù che talvolta manca ai nuovi marinai: «A bordo controllano che l’aria condizionata funzioni, che il dissalatore vada, che l’icemaker produca ghiaccio a pieno regime. Ma molti hanno perso il senso di ciò che significa comandare: essere responsabili delle persone da quando salgono a bordo a quando sbarcano. Si è perso il grip, sono diventati quasi autisti. Quando sei all’ancora c’è un calo di tensione, e invece è lì che bisogna stare particolarmente accorti. Aver navigato su barche tradizionali, per me, è stata una palestra.»
Il vero lascito dell’esperienza da comandante
Alla domanda su cosa gli manchi di più, la risposta spiazza chi si aspetta nostalgie di teak e mogano. «Le navi sono un corpo morto senza un equipaggio. Quello che fa la differenza sono le persone. Capricia mi ha dato emozioni straordinarie, ma quello che mi manca sono il motorista, il nostromo. Mi ricordo perfettamente di ognuno di loro, e mi piacerebbe rifare qualcosa insieme, anche su un’altra imbarcazione. Non ho un legame con le navi in sé: è stato un percorso bellissimo perché fatto di relazioni umane.»
Sessant’anni dopo il varo, Capricia continua a formare marinai nelle acque dell’arcipelago toscano. Le vele bordeaux sono le stesse volute da Hansen, il timone è lo stesso teak accarezzato dall’Avvocato. Ma la sua lezione più profonda, a sentire chi l’ha comandata: riguarda ciò che una barca vera pretende — e restituisce — a chi la governa. Dal suo osservatorio in Costa Smeralda, dove oggi lavora con armatori e giovani skipper, Bacchi fa della sua vocazione trasmettere i saperi accumulati negli anni alle nuove generazioni, mantenendo viva una legacy dal valore inestimabile.











