Design? Quale design?
Qualche tempo fa entro alla Triennale di Milano. Un evento. Arrivo in anticipo. Qualche minuto da riempire. E allora faccio quello che faccio sempre: deviazione istintiva verso il bookshop. Mattina presto, poca gente. Silenzio quasi irreale. La condizione perfetta per perdersi. E infatti mi perdo. Non cerco nulla di preciso. Non ho un titolo in mente, né un autore. Mi lascio guidare dalle copertine, dai caratteri, dalle parole stampate sul dorso. Titoli che catturano, che restano.
Alcuni ancora oggi mi tornano in mente: Vico Magistretti. Architetto milanese (Gabriele Neri, Electa). Oppure Io sono un Drago. La vera storia di Alessandro Mendini (Fulvio Irace, Electa). Due esempi soltanto. Potrei continuare. L’assortimento, come sempre, è una trappola elegante. Una sequenza di tentazioni ben allineate. Sto per uscire. Quasi. Poi succede. Sulla mensola accanto alla cassa, defilato, un formato minimo — poco più di una Moleskine tascabile. Mi fermo. Non è il libro a cercare me. È il nome. Gae Aulenti. E subito dopo, il titolo: Vedere molto, immaginare molto (Edizioni di Comunità). Non indugio. Bastano quelle parole. Lo prendo. Lo porto via con me. Quasi d’istinto. Una scelta che, capisco subito, è quella giusta.
Dentro, poche pagine. Ma dense. Gae Aulenti affida riflessioni nette, senza deviazioni, sul senso dell’architettura e del design. Parole che arrivano dritte, senza filtri. “I momenti anche esplosivi della storia del design non hanno generato trasformazioni da segnalare”, scrive. “I mobili gonfiabili, i mobili di cartone degli anni Sessanta, pensati per essere buttati via, rappresentavano un’idea odiosa, il concetto dell’effimero. Vorrei che un oggetto che disegniamo durasse cent’anni… L’idea del durevole è per me un’idea profonda e morale. Ecco perché un designer, anche quando progetta un oggetto che sarà prodotto e che subirà un destino che non può conoscere direttamente, deve progettarlo come se fosse destinato a un luogo specifico…”. Frasi che restano. Che si fissano. E che tornano, puntuali, qualche tempo dopo. Salone del Mobile. Fuorisalone. Milano. Servono lucidità. Servono filtri. Per non farsi travolgere. Perché il rischio è quello: perdersi nella frenesia, negli eccessi, nel rumore. Un evento sempre più guidato da logiche commerciali e di intrattenimento, più che da una reale urgenza creativa. Installazioni ovunque. Piazze, strade, cortili. Spettacolari, sì. Ma spesso pensate per stupire. Non per lasciare. E allora la domanda torna. Più forte. Più scomoda. Oggi si confonde il brand con il prodotto. E troppo spesso è il primo a schiacciare il secondo. Quando dovrebbe essere il contrario. Perché è sempre il prodotto a dare senso, legittimità, credibilità al marchio. Sempre. Il rischio, guardando quello che accade, è chiaro. Una deriva. E allora sì, contaminazione. Ma con una direzione. Con una visione. E soprattutto, con un progetto al centro.
Matteo Zaccagnino





