A Maranello ci si arriva aspettandosi il rumore del dodici cilindri e l’odore della benzina. In questo piccolo paese di 17.000 abitanti, dove tutti, prima o poi, hanno annusato l’odore dell’olio motore, ogni weekend di Formula 1 tutti gli occhi sono puntati su una sola macchina rossa, la Ferrari. Stavolta, però, il motivo del nostro viaggio è un altro, perché da oggi, a Maranello, si respira anche aria di mare.
Ferrari Hypersail è il monoscafo volante da 100 piedi nato per sfidare gli oceani. L’occasione di questo press trip a cui noi di Top Yacht Design siamo stati invitati, è la scusa perfetta per scoprire come il Cavallino Rampante stia portando il proprio DNA nel mondo della vela offshore, ribaltando la solita idea che a Maranello si viva solo di motori.
Dove nascono le idee

Nello stesso ecosistema sono nate anche la tanto discussa Ferrari Luce, la prima full-electric della Casa, disegnata in collaborazione con il collettivo LoveFrom di Jony Ive e Marc Newson, e la Ferrari 12Cilindri, l’ultima erede diretta del V12 aspirato che nel 1947 ha varcato per primo i cancelli di Maranello. Se la Luce guarda al futuro, silenziosa e dotata di motori elettrici, la 12Cilindri è il suo esatto opposto: un inno alla combustione pura, al rumore, alla meccanica che si sente nelle mani prima ancora che nei numeri. Due macchine agli antipodi, eppure entrambe profondamente Ferrari: perché il DNA del Cavallino non è mai stato una sola tecnologia, ma un modo di intendere la guida, l’emozione, la ricerca ossessiva della prestazione. Ed è proprio questa doppia anima, capace di tenere insieme tradizione e rottura, che ritroveremo, spostata sull’acqua, in Hypersail.
Perché una barca?
Hypersail è il primo monoscafo interamente foiling per competizioni offshore pensato per essere autosufficiente dal punto di vista energetico: un oggetto nato per sfidare i record oceanici, ma concepito nel cuore di Maranello. Matteo Lanzavecchia, Head of Vehicle Engineering e CTO del progetto, racconta come la barca poggi su tre pilastri: il DNA Ferrari, che spinge naturalmente verso nuove sfide di endurance; l’innovazione, intesa come prestazioni ed efficienza che devono avanzare insieme; e la contaminazione tra mondi diversi – dall’auto alla nautica, e viceversa.

Benedetto Vigna, CEO di Ferrari, racconta che all’inizio erano in pochissimi a sapere che Ferrari stesse lavorando a una barca: in fabbrica ci sono persone che si incrociano ogni giorno senza sapere su cosa stiano lavorando gli altri, per preservare la riservatezza dei progetti. Quando il progetto è stato rivelato, molti si sono chiesti “perché una barca?” – e la risposta, spiega Vigna, è che per sviluppare tecnologia bisogna osare, uscire dagli schemi, esplorare ambiti nuovi. Hypersail è il laboratorio che permette a Ferrari di farlo, portando innovazioni dalla barca alle auto e dalle auto alla barca.

Winch by Wire
Dopo la presentazione veniamo divisi in gruppi: io finisco con i giornalisti di settore, quelli che il mare lo respirano tutti i giorni. Prima tappa, il banco prova del Winch by Wire – la tecnologia che reinventa il ruolo del grinder, il marinaio che a bordo aziona i winch per regolare le vele.

Nel sistema tradizionale il grinder parte agile, con la scotta scarica; man mano che la vela si carica, lo sforzo aumenta e la cadenza cala: un po’ come affrontare una salita in bicicletta con un rapporto troppo duro. Con il Winch by Wire, il pedestal non è più collegato meccanicamente al winch: è un piccolo generatore che trasforma la potenza muscolare in energia elettrica, distribuita poi dove serve, alle scotte o ai sistemi idraulici. I motori sotto le colonnine sono, curiosamente, gli stessi delle sospensioni attive di Ferrari Purosangue e F80.

Al banco prova ci mostrano la curva di potenza del corpo umano: troppo veloci, la potenza cala; troppo lenti, lo sforzo percepito esplode. Il sistema tiene il grinder proprio nella zona in cui il corpo lavora meglio: lui sente uno sforzo costante, mentre la macchina smista l’energia dove è più utile. Nel gruppo nasce subito una piccola gara su chi produce più watt. Mi difendo con un onorevole secondo posto, ma è evidente che la mia carriera in Ferrari Hypersail finisce qui: al banco di prova!

A bordo di una barca che ancora non esiste
Si entra solo con badge nei laboratori di ricerca e sviluppo, accanto alla Galleria del Vento firmata Renzo Piano, storicamente dedicata allo sviluppo aerodinamico delle monoposto di Formula 1. Qui, dentro il simulatore di Hypersail, si replica tutto ciò che si può replicare fisicamente – cockpit, sedute, schermi, ergonomia – aggiungendo il resto in realtà aumentata: mare, albero da 28 metri, foil da 8 metri. Indossiamo un casco che allinea la visuale reale con il modello CAD della barca, e appena svolgiamo lo sguardo dietro di noi eccoli lì, i grinder, alle loro postazioni, sembra davvero di essere saliti a bordo.
Ci raccontano che nelle sessioni vere, tra le voci dei velisti e degli ingegneri in cuffia, chi è al simulatore dimentica in fretta di essere in un ambiente virtuale. Serve ad allenare i velisti, definire il cockpit più ergonomico possibile, e testare come si comporterà la barca in condizioni diverse prima ancora che scenda in acqua. Le percentuali di ottimizzazione che si misurano qui sono piccole, piccolissime, tra il 2 e 3 per cento, ma su un giro del mondo fanno davvero la differenza.
Poi ci viene mostrato il lavoro del Flight Controller, colui che lavora assieme al timoniere per tenere la barca in volo su otto flap indipendenti, distribuiti tra foil, chiglia e timone. Un computer riceve dai velisti obiettivi di rotta, altezza di volo, assetto, e li traduce in movimenti reali. Volare bassi non è solo questione di sicurezza: è efficienza aerodinamica, lo stesso principio per cui anche le barche di Coppa America volano rasenti all’acqua. Un sistema di controllo predittivo tiene la barca stabile, scaricando i velisti dal peso delle continue micro-correzioni, per lasciarli liberi di pensare alla strategia.
L’ultima tappa, prima di pranzo, è una sala sotterranea dove Ferrari analizza in realtà virtuale tutti i modelli che escono dalla fabbrica, di solito si tratta di auto, in questo caso di una barca. Qui si studiano forme, interferenze, possibili errori, per ridurre la prototipazione fisica: un processo che Hypersail condivide con le supercar, prova di quanto la barca sia ormai parte del sistema Ferrari a tutti gli effetti.
L’anima Ferrari
A mezzogiorno il mare lascia spazio alla terra: è ora di pranzo e un pulmino ci porta in un piccolo ristorante accanto al circuito di Fiorano. Qui si respira lo spirito vero di un paese dove anche i semafori sono colorati di rosso. Tra cimeli e fotografie appese alle pareti, rigorosamente Ferrari, ci sediamo a tavola accanto a piloti, ingegneri e appassionati. Per alcuni dei giornalisti invitati la visita a Maranello finirebbe qui, ma c’è chi, come me, dopo aver assaggiato questo primo boccone, ha ancora voglia di vedere il cuore rosso dell’azienda. Così nel pomeriggio ci scappa anche un tour della fabbrica, ed è qui che capisci davvero cos’è Ferrari. La linea di assemblaggio sembra una sala operatoria: silenziosa, ordinata, quasi sacrale. Le auto non nascono in serie, vengono realizzate una a una, e ognuna, fin dal primo bullone, è già promessa a un cliente preciso, con le sue specifiche, i suoi colori, i suoi particolari. Robot e mani umane lavorano fianco a fianco, ma a comandare resta sempre il gesto artigianale. Ferrari, in fondo, resta prima di tutto questo: una fabbrica dove uomo e macchina trovano il loro punto di incontro per realizzare qualcosa di straordinario.
In attesa che la barca scenda in mare
La giornata si chiude con la sensazione di aver visto solo la punta dell’iceberg di un mondo tutto nuovo che sta per aprirsi. Lo scafo oggi è uscito dallo stampo e a breve inizieranno i lavori sui sistemi di bordo e le appendici. L’obiettivo dichiarato da Ferrari è vedere Hypersail in mare a partire dalla primavera 2027.
Per chi ama la vela, è affascinante vedere come un simbolo della velocità su asfalto abbia scelto il mare come nuovo laboratorio per architetture di energia e controllo. Per chi ama Ferrari, è rassicurante scoprire che, anche parlando di foil, pannelli solari e turbine eoliche, al centro restano sempre l’uomo, il gesto e la ricerca ossessiva della sensazione giusta: al volante, o in questo caso, al timone.
Giacomo Barbaro











