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Focus on Custom Line 50: gli esterni

Un numero su tutti. Cinquanta. Tanti quanti sono i metri della nuova ammiraglia di Custom Line. Un traguardo importante certo. Un punto di arrivo e soprattutto di partenza, che segna uno spartiacque nella storia del cantiere e in quella dell’architteto Filippo Salvetti che ha avuto il compito di firmarne le linee esterne. Un progetto complesso, ambizioso, destinato a ridefinire i confini stilistici e tecnici della linea dislocante del brand.

Interamente in alluminio al posto della vetroresina, soluzioni progettuali mai adottate prima da Custom Line, come la suite armatoriale posizionata sull’upper deck, e una ricerca formale che unisce eleganza e funzionalità, equilibrio e presenza. Tutto, nella Custom Line 50, parla di evoluzione. Tutto racconta una sfida: quella di portare la cifra stilistica del marchio in una nuova dimensione. In questa intervista, l’architetto Filippo Salvetti ci svela il percorso che lo ha portato a concepire il design degli esterni dello yacht più grande mai costruito dal brand.

Come è nato il progetto di Custom Line 50?

Il punto di partenza è stato strategico: volevamo esplorare la possibilità di realizzare uno scafo vicino ai 50 metri. Inizialmente si pensava a una costruzione in vetroresina, ma con un elemento fortemente innovativo: la cabina armatoriale posizionata sull’upper deck, una soluzione solitamente riservata a yacht di più grandi dimensioni. Questa è stata la vera sfida. Poi, con l’evoluzione del progetto, è emersa l’idea di passare all’alluminio, scelta che ha cambiato completamente l’approccio, rendendolo ancora più affascinante dal punto di vista progettuale.

Cambiare materiale significa ripensare tutto, giusto?

Esattamente. Sono due mondi opposti. Per me, che conoscevo già bene la vetroresina, l’alluminio era un Esattamente. Sono due mondi opposti. Per me, che conoscevo già bene la vetroresina, l’alluminio ha rappresentato un territorio nuovo. I processi produttivi sono completamente diversi, più complessi e ricchi di vincoli. Ma è anche ciò che ha reso il progetto così stimolante. In cantiere, ogni fase è stata un’occasione per imparare. Pensiamo solo alla murata a prua: inizialmente pensata completamente vetrata, è stata poi modificata per motivi normativi con una serie di griglie per il deflusso dell’acqua. Un esempio tra tanti, che dimostra quanto ogni dettaglio sia frutto di un continuo dialogo tra estetica, normativa e funzione.

Quanto influisce il materiale sulla narrativa progettuale?

Tantissimo. Con l’alluminio, tutto cambia: spessori ed equilibri. È come lavorare con un’armatura. Aumentano i vincoli, si riducono gli spazi interni, si moltiplicano le normative da rispettare — porte tagliafuoco, percorsi tecnici, requisiti di sicurezza. Ma proprio questi ostacoli diventano spunto per soluzioni innovative. È un progetto che porta a ripensare ogni dettaglio, senza perdere l’idea originale.

La Custom Line 50 rappresenta anche il vertice della linea dislocante del brand. Quanto è stato difficile mantenere una coerenza di linguaggio pur stravolgendo l’impianto?

La vera complessità non era tanto il passaggio dal composito all’alluminio, quanto la presenza della cabina armatoriale sul ponte superiore. Questo ci ha costretto a riposizionare il ponte a un livello inferiore, rivisitando la consueta configurazione widebody. Il risultato è una disposizione sfalsata che La vera complessità non è stata tanto il passaggio dal composito all’alluminio, ma la presenza della cabina armatoriale sull’upper deck. Questo ha obbligato a riposizionare la plancia a un livello più basso, rivisitando la consueta configurazione widebody. Ne è nata una composizione a livelli sfalsati che ha messo in discussione i codici classici del brand. Per riequilibrare il profilo, abbiamo lavorato molto su dettagli cromatici e geometrie. Le bande nere, ad esempio, spezzano visivamente i volumi verticali, restituendo slancio e leggerezza.

Un’innovazione che nasce dalla Custom Line Navetta 30, giusto?

Sì, tutto è iniziato con la Custom Line Navetta 30, primo progetto che ho firmato per il marchio. Lì abbiamo introdotto una serie di elementi nuovi per rendere lo yacht più contemporaneo pur mantenendo il DNA della linea dislocante del brand. Uno di questi è la fascia nera a prua tra scafo e sovrastruttura, pensata per alleggerire visivamente i volumi. Un tratto distintivo che abbiamo poi portato anche sulla Custom Line 50.

Si può dire che il progetto di Custom Line 50 sia nato attorno alla suite armatoriale?

Assolutamente sì. Tutto parte da lì. L’idea era creare un’area completamente riservata, lontana da passaggi e interferenze visive. Questa scelta ha imposto un ripensamento dell’intera composizione volumetrica. Per compensare, abbiamo introdotto una serie di tagli orizzontali — superfici nere, elementi strutturali “al vivo” — che alleggeriscono e rendono più dinamica la lettura del profilo. È un progetto “complesso”, ma proprio per questo ricco e interessante.

A livello funzionale, la plancia spostata sul main deck ha creato difficoltà?

È stata una scelta impegnativa. Per portarla il più avanti possibile, abbiamo optato per una vetrata anteriore contro-curvata, una soluzione esteticamente raffinata, ma molto difficile da realizzare, soprattutto per evitare distorsioni visive. Anche le superfici vetrate del salone a poppa hanno una curvatura studiata con attenzione. Sono soluzioni che uniscono tecnica e stile.

Il design degli esterni rispecchia questa complessità. Penso al flybridge con l’hard top in alluminio…

Esatto, è un elemento importante, sia funzionale che estetico. Quando lo abbiamo visto montato a terra ci siamo resi conto delle sue dimensioni. Garantisce ombra e protezione, rendendo il fly un ambiente abitabile e confortevole. I montanti a “V” richiamano le potenze di poppa, creando un dialogo visivo coerente con tutto il profilo. Anche questo elemento si inserisce nella continuità stilistica che attraversa la linea dislocante del brand.

La zona di poppa ha subito molte evoluzioni in corso d’opera?

All’inizio pensavamo a una configurazione più tradizionale, poi abbiamo optato per una soluzione ibrida: una terrazza su due livelli, chiusa e protetta in navigazione, ma capace di aprirsi completamente in rada. I fianchi laterali si aprono sulla beach area, creando un dialogo diretto con il mare. Anche qui, versatilità e dinamismo sono stati i riferimenti chiave.

Interni ed esterni dialogano in modo molto fluido. Quanto ha influito la collaborazione con lo studio ACPV ARCHITECTS Antonio Citterio Patricia Viel?

Molto. Il loro approccio si fonda sulla continuità degli spazi, sulla trasformabilità e sull’equilibrio funzionale. Abbiamo lavorato insieme per rendere il più fluido possibile il passaggio tra dentro e fuori, anche nel rispetto dei vincoli tecnici. Ampie vetrate, complementi d’arredo multifunzionali, console che cambiano funzione: ogni scelta punta a creare uno spazio dinamico, aperto, vivibile. Il rapporto interni-esterni è bilanciato quasi al 50%, un equilibrio perfetto tra vita a bordo e vita sul mare.

Un progetto costruito anche intorno alla privacy…

Sì, l’armatore di una barca di questo tipo cerca intimità, esclusività. Il fatto di non adottare la configurazione widebody ci ha permesso di conservare un profilo elegante e “marino”, ma soprattutto di proteggere visivamente la suite armatoriale. Anche chi si trova sul fly non ha mai accesso diretto con lo sguardo su quell’area. È un dettaglio, ma fa la differenza.

Ultima domanda: elementi della Custom Line Navetta 30 che ritroviamo sulla Custom Line 50?

Ce ne sono. Le potenze nere, per esempio, nate sulla Custom Line Navetta 30, sono diventate un segno distintivo anche per la Custom Line 50 e per la Custom Line Navetta 38. È un segno di continuità stilistica, ma anche un modo per dare una lettura più armonica dei volumi. La Custom Line Navetta 30 e la Custom Line 50 sono nate quasi in parallelo: oggi rappresentano due poli opposti della linea dislocante del brand, ma parlano lo stesso linguaggio.

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