Nel cuore del Golfo Persico, quello che sembrava uno scenario impensabile si è trasformato in realtà: lo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per petrolio, merci, crociere e superyacht, si è improvvisamente bloccato. Migliaia di navi sono rimaste intrappolate, insieme a una flotta di megayacht appartenenti a oligarchi, famiglie reali del Golfo e miliardari internazionali.
Tra petroliere ferme, equipaggi allo stremo e crociere sospese, il caso che più ha attirato l’attenzione è stato quello del Nord, il gigantesco yacht da 141 metri dell’oligarca russo Alexey Mordashov. Mentre le grandi navi da crociera (come la MSC Euribia) hanno forzato lo stretto nella notte del 17 aprile spegnendo ogni luce e, soprattutto, il transponder AIS (il sistema che permette la localizzazione radar) per non essere intercettate, il Nord ha attraversato Hormuz in pieno giorno, il 24 aprile, con il transponder AIS regolarmente acceso, rendendosi perfettamente visibile ai radar di mezzo mondo.

Il Golfo Persico impreparato allo scenario peggiore
La domanda che molti si pongono oggi è semplice: possibile che nessuno avesse davvero previsto un simile scenario? Compagnie petrolifere, armatori di flotte commerciali, società crocieristiche e proprietari di superyacht sembravano considerare Hormuz un corridoio intoccabile.
Eppure, nel momento della chiusura, oltre 3.000 unità navali sono rimaste bloccate nell’area, tra cui circa 350 yacht di lusso, quasi tutti di grande valore e molti di proprietà delle famiglie regnanti degli stati che circondano il Golfo Persico: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Quatar, Bahrain, Oman.
La crisi ha riacceso anche il dibattito sulla fragilità dei grandi passaggi marittimi mondiali. Il precedente più noto resta il Bosforo, regolato da trattati internazionali fin dal XIX secolo e dalla Convenzione di Montreux del 1936, che limita i poteri di chiusura della Turchia alle sole navi militari in tempo di guerra.
Un tema analogo riguarda anche Bab el-Mandeb, il passaggio strategico tra Mar Rosso e Oceano Indiano, minacciato da anni dagli attacchi degli Houthi yemeniti. Sempre più navi commerciali evitano ormai il Canale di Suez preferendo circumnavigare l’Africa per raggiungere Rotterdam.
Il quadro d’insieme
Fino a poche settimane prima della crisi, il Golfo viveva la sua stagione turistica più intensa. Migliaia di passeggeri arrivavano ogni giorno negli aeroporti di Dubai e Abu Dhabi per imbarcarsi sulle crociere nell’area, mentre jet privati trasportavano ospiti vip verso i grandi yacht ancorati nelle marine degli Emirati.
Molte di queste imbarcazioni erano pronte a dirigersi verso Seychelles, Maldive o nuove mete emergenti come le Laccadive, nell’Oceano Indiano. Poi, nel giro di pochi giorni, tutto si è fermato.
I proprietari dei megayacht hanno lasciato rapidamente il Golfo sui propri aerei privati. Per i passeggeri delle navi da crociera, invece, il rientro è stato molto più complicato: circa 17.000 persone sono state evacuate con voli charter organizzati nel corso di settimane.
Con il protrarsi del blocco, il problema si è esteso agli equipaggi delle navi commerciali e delle petroliere: migliaia di marittimi hanno iniziato a fare i conti con carenze di carburante, acqua e viveri, oltre alle difficoltà legate alla gestione dei rifiuti di bordo.
Anche il Dubai International Boat Show ha subito conseguenze dirette: la manifestazione, tra le più importanti al mondo per la nautica di lusso, è stata rinviata da ottobre a fine novembre.
Hormuz: la fuga notturna delle grandi navi da crociera
La prima vera evasione dal Golfo è stata organizzata nella notte tra il 17 e il 18 aprile. Dopo settimane di preparativi, cinque grandi navi da crociera hanno tentato il passaggio di Hormuz sfruttando una notte senza luna.
Per ridurre al minimo la possibilità di essere individuate, le unità hanno spento ogni illuminazione esterna e disattivato il sistema AIS, il transponder che consente il tracciamento radar delle navi. Una scelta estrema, soprattutto in uno stretto difficile da navigare come Hormuz, caratterizzato da rotte obbligate percorse da decenni dalle petroliere.
A guidare il convoglio è stata la MSC Euribia del gruppo MSC di Gianluigi Aponte, seguita dalla Aroya Manara, dalla Celestyal Journey e dalle Mein Schiff 4 e 5 di TUI Cruises.
Le navi hanno attraversato il tratto più delicato costeggiando la penisola omanita del Musandam, navigando nel buio totale. Per le compagnie crocieristiche era fondamentale salvare la stagione europea 2026 dopo settimane di fermo forzato a Dubai.
Il caso Nord: il superyacht che si è fatto vedere da tutti
Se le navi da crociera hanno scelto la strategia dell’invisibilità, il Nord ha fatto esattamente il contrario.
Il 24 aprile il megayacht ha lasciato Abu Dhabi e due giorni più tardi è comparso nel porto turistico di Al Mouj, a Muscat, in Oman. Durante tutta la traversata dello Stretto di Hormuz il suo AIS è rimasto acceso e la navigazione è avvenuta in pieno giorno.
Una scelta che molti osservatori interpretano come un messaggio politico preciso. Secondo diverse ricostruzioni, il passaggio sarebbe stato autorizzato grazie ai rapporti privilegiati tra Mosca e Teheran.
I dati di tracciamento marittimo mostrano infatti il percorso del Nord lungo una delle rotte più sensibili dell’area, senza alcun tentativo di occultamento.
Un gigante da oltre 500 milioni di dollari
Il Nord è uno dei più grandi yacht privati al mondo. Costruito dal cantiere tedesco Lürssen e consegnato nel 2021, batte bandiera delle Isole Cayman e ha un valore stimato superiore ai 500 milioni di dollari.
Lungo 141 metri, dispone di cinque ponti, due eliporti — uno dei quali con hangar retraibile — e può ospitare 36 persone in 20 suite di lusso, assistite da un equipaggio che varia tra 60 e 70 membri.
Il design esterno e gli interni sono firmati dallo studio veneziano Nuvolari-Lenard, mentre la propulsione è affidata a quattro motori MTU da 8.500 cavalli ciascuno, capaci di spingere lo yacht fino a 20 nodi.
A bordo trovano spazio piscina, beach club, spa, palestra, sauna, centro estetico e persino un piccolo sottomarino custodito nel garage interno insieme a tender e moto d’acqua.
Prima della guerra in Ucraina, il Nord trascorreva abitualmente le estati tra Costa Azzurra, Grecia, Spagna e Italia, frequentando località come Sardegna, Argentario e Costiera Amalfitana. Nel 2022 aveva però lasciato il Mediterraneo prima che le sanzioni europee potessero colpirlo.
Mordashov e gli yacht sotto sanzione
Alexey Mordashov, considerato uno degli uomini più ricchi della Russia e vicino a Vladimir Putin, è il principale azionista del gruppo siderurgico Severstal.
Il Nord non è l’unica imbarcazione collegata al magnate russo. Nel 2022 l’Italia ha sequestrato nel porto di Imperia il Lady M, yacht di 65 metri dal valore stimato di circa 60 milioni di dollari.
Per impedirne la fuga sono stati installati sensori permanenti a bordo, mentre i costi di mantenimento continuano a gravare sullo Stato italiano: solo l’ormeggio costa circa 40.000 euro al mese.
Hormuz: gli altri giganti ancora bloccati nel Golfo
Il Nord è stato l’unico megayacht ad attraversare Hormuz dopo il blocco iraniano. Molte altre imbarcazioni di lusso restano ancora ferme tra Emirati, Bahrain e Qatar.
Tra queste c’è anche il Flying Fox, yacht da 136 metri costruito anch’esso da Lürssen e pensato specificamente per il charter ultra-lusso. Ormeggiato a Dubai Marina, appartiene al miliardario russo Dmitry Kamenshchik, proprietario dell’aeroporto Domodedovo di Mosca.
Il Flying Fox può essere noleggiato per cifre comprese tra 3 e 4 milioni di dollari a settimana. Dispone di due eliporti, 11 suite con terrazze private, una spa di 400 metri quadrati, cinema, crioterapia, centro immersioni professionale e camera di decompressione.
Nel frattempo, numerosi yacht sembrano essere stati abbandonati temporaneamente dai loro equipaggi, fuggiti dal Golfo con i primi voli disponibili.
La situazione più critica riguarda però le navi commerciali: centinaia di marittimi, compresi circa 150 italiani imbarcati su portacontainer, risultano ancora bloccati nell’area, mentre molte compagnie continuano a rifiutarsi di organizzare il cambio degli equipaggi ormai esausti.
di Ida Castiglioni




