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Giulio Bertelli: “Guai a semplificare la Coppa America”

“Non credo che l’ipersemplificazione della vela – cioè il modello “togliere i nodi e mettere i chilometri orari” – sia quello che deve inseguire la Coppa America per cercare di rendere le regate appetibili a tutti”. Parola di Giulio Bertelli, vicepresidente di Luna Rossa.

Architetto di formazione, velista oceanico per professione e oggi stratega al vertice della sfida italiana: Giulio Bertelli racconta la sua visione sul futuro dell’America’s Cup, tra innovazione tecnologica, ossessione per la performance e nuove frontiere comunicative.

Luna Rossa
02 ottobre 2024. Finale della Louis Vuitton Cup, Giorno di regata 6. INEOS BRITANNIA, LUNA ROSSA PRADA PIRELLI TEAM

Giulio Bertelli non è solo l’erede della dinastia che ha reso Luna Rossa un’icona globale; è, prima di tutto, un osservatore acuto con una visione chiarissima sul domani della competizione più antica del mondo. Nato a Milano nel 1990, Bertelli inizia il suo percorso accademico tra le aule dell’Architectural Association di Londra, ma il suo carattere si è temprato sui campi di regata più duri del pianeta: dalle prime esperienze sullo sviluppo degli AC72 a San Francisco nel 2013 con il family business Luna Rossa, fino alle sfide estreme della The Ocean Race, prima sul VO65 AkzoNobel e poi sull’Imoca 60 Biotherm.

Ma limitare la figura di Giulio Bertelli al solo ambito sportivo sarebbe riduttivo. Nel 2024 fonda Akta, startup dedicata alla produzione di pasti liofilizzati per atleti, e nel 2025 debutta nel cinema alla Mostra del Cinema di Venezia con “Agon“. Il film, che indaga la psicologia e il gesto tecnico dietro la preparazione olimpica, rivela la sua capacità di decodificare la complessità della sfida sportiva di alto livello attraverso una lente estetica e sociologica.

Oggi, nel suo ruolo di Vicepresidente di Luna Rossa, Bertelli si trova al centro di un ecosistema dove sport, business e tecnologia convergono. Durante un recente incontro a Milano presso Casa Harken — un confronto serrato tra grandi player come Armani, Mapei, Maccaferri e Arca Fondi SGR sul valore dell’investimento nella vela — Giulio ha ribadito la missione che guida ogni sua scelta: “Ho accettato questo incarico con un obiettivo unico: vincere la Coppa America con Luna Rossa“.

In questa intervista esploriamo con lui l’evoluzione della Coppa, la necessità di bilanciare tradizione e spettacolo — sulla scia di format come il SailGP — e la sua visione sul futuro della competizione.

21 gennaio 2026 Napoli. Annuncio dell’America’s Cup Partnership (ACP) a Palazzo Reale di Napoli. (21 gennaio 2026 Napoli. Partenariato per l’America’s Cup

Cosa ne pensi del nuovo formato della Coppa e della nascita dell’America’s Cup Partnership?

“La premessa è che è stata fatta una Partnership tra il Defender (Emirates Team New Zealand ndr) e il Challenger of Records (oggi GB1 ndr) e all’interno di questo scenario – come tutti i team partecipanti – abbiamo aderito a questa partnership. Noi di Luna Rossa saremmo stati dentro alla Coppa America a prescindere dalla Partnership, e ora che ne siamo parte abbiamo il dovere di fare il nostro meglio – con gli altri team – per rendere la Coppa sempre migliore. Credo che la Partnership porti principalmente vantaggi ai team, soprattutto per la progettualità delle campagne a venire. Sia da un punto di vista tecnico – e quindi di design della barca – sia da un punto di vista commerciale, visto che ti permette di fare più sistema e raggiungere accordi migliori per tutti. Noi come Luna Rossa – ma sinceramente è l’opinione di tutti i team della Partnership – abbiamo però anche il compito di difendere alcuni pilastri fondamentali che fanno parte della storia della Coppa America, sia “romantici” che tecnici. E al momento non vediamo nessun problema rispetto a questo.

C’è qualcosa che “ruberesti” da altri eventi come The Ocean Race o SailGP?

Ne parliamo spesso, sia io personalmente come velista con altri velisti, sia all’interno del team, ma anche all’interno del board dell’ACP (America’s Cup Partnership, ndr). Parliamo di cosa c’è nel modello odierno che ci piace ed è interessante, e di cosa invece magari non ci rispecchia più. Non è semplice, perché secondo me la Coppa America deve fare leva sul suo heritage enorme, che anche se è cambiato tantissimo ha più di 170 anni di storia ed ha un’anima estremamente affascinante. Se penso, per esempio, alla The Ocean Race devo dire che in passato è stato un evento molto capace di fare una produzione video di alto livello, un lato che loro hanno sempre curato benissimo e meglio si altri, mettendo per primi l’Onboard Reporter a bordo (un membro del team dedicato alla raccolta e alla produzione di media direttamente a bordo delle barche coinvolte nella regata, ndr). L’Ocean Race funziona perché è il racconto di un’avventura, non il racconto di manovre e passaggi tecnici, per quanto complicati e affascinanti. Pensando invece al SailGP è un po’ più difficile…perché gli aspetti che ne determinano il successo non si applicherebbero bene al modello Coppa America. Il fatto di avere una regata ogni due settimane, in stile Formula 1, credo sia sicuramente un modello di successo per quello che fanno loro, ma non penso che si potrebbe adeguare alla struttura della Coppa America. Alla base della Coppa America c’è il fatto che le barche sono tutte diverse e attraverso la Coppa si fa crescere anche lo sviluppo dell’industria della nautica. Anche se adesso, per una serie di motivi tecnici e di tempistiche, si è deciso di continuare a regatare con una barca vecchia. Però lo sviluppo tecnologico c’è comunque, e anzi è fondamentale.

Qual è allora la ricetta per far sì che il grande pubblico si appassioni e segua in massa la Coppa?

Secondo me le persone che si sono incollate alla televisione nella storia della Coppa America – e di Luna Rossa nello specifico – l’hanno fatto perché si sono innamorate di un sogno e per il racconto di un’idea che Luna Rossa comunicaNon credo che l’ipersemplificazione della vela – cioè il modello “togliere i nodi e mettere i chilometri orari” – sia quello che deve inseguire la Coppa America per cercare di rendere le regate appetibili a tutti. Poi bisogna fare una separazione tra Coppa America e Luna Rossa in Italia. Noi siamo fortunati perché oltre agli appassionati di vela c’è un senso di attaccamento verso Luna Rossa che prescinde dalla vela, come con la Ferrari: le persone ci percepiscono un po’ come la Nazionale italiana. Per far appassionare il grande pubblico bisogna raccontare le persone, aprire un po’ di più le porte e il dietro le quinte di questo ambiente che è affascinante, estremo, interessante e a tratti anche assurdo. Facendo vedere cosa succede e come evolve il percorso di un team durante una campagna di Coppa America, si potrebbero portare molte più persone davanti alla TV. A prescindere dal fatto che siano velisti o che conoscano tutti i tecnicismi delle manovre. Non dobbiamo cambiare il core della Coppa: match race di barche ipertecnologiche, molto complesse, che persino i velisti a volte fanno fatica a comprendere. La vela non sarà mai come il calcio, ma creando un’idea di sogno e di identità le persone possono appassionarsi molto di più, un po’ come successe nella MotoGP con Valentino Rossi.

Facciamo un gioco. Se dovessi scegliere per Luna Rossa tra avere il timoniere più forte del mondo e un software che ti fa avere 10 secondi di vantaggio sugli avversari, cosa sceglieresti?

Il software…ma senza quel timoniere tu il software non lo fai! Tecnologia e persona sono strettamente vincolati nella Coppa. In generale oggi, nella vela di altissimo livello, i velisti che spiccano sono quelli che riescono a mettere a terra delle idee in un progetto che sia un tutt’uno con l’interazione tecnologica. È un mondo che ho visto da vicino perché nella mia carriera mi sono occupato anche dello sviluppo tecnologico per l’Imoca di Thomas Ruyant. Il velista che “tira le corde” non esiste più da un po’, ma l’interazione umana è fondamentale. Capisco che a volte da fuori sia difficile comprenderlo…spesso sembra che “faccia tutto la barca” ma non è così. Per questo torno a dire che è importante raccontare lo sforzo che c’è dietro, la fatica per arrivare a far fare alla barca quello che vogliamo che faccia. Nel momento in cui umanizzi la campagna, attraverso il racconto dei tentativi e dello sforzo di tutte quelle persone che ci stanno dietro e che ci lavorano giorno e notte – mostrando anche le difficoltà – è più facile che anche chi non è un super tecnico si possa appassionare e immedesimare in questo folle sognoÈ una sfida per noi come ACP, un tavolo su cui giochiamo per questa e per le prossime edizioni.

Federico Rossi

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