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Gran Dalton: vi racconto la nuova Coppa America

21 gennaio 2026 Napoli. Annuncio dell’America’s Cup Partnership (ACP) a Palazzo Reale di Napoli. Grant Dalton, CEO di Emirates Team New Zealand.

Cagliari, vigilia della prima prova della Louis Vuitton 38a America’s Cup Preliminary Regatta Sardinia. Interno giorno. Anzi interno mattina. Appuntamento alle 9 nella hall dell’albergo. E alle 9.00 in punto ecco che, grazie anche all’aiuto di Louis Vuitton, arriva Grant Dalton. Il 1° luglio per lui son 69 anni ma non li dimostra questo personaggio che è sinonimo di Emirates Team New Zealand e non solo. Grant Stanley Dalton è sinonimo infatti dell’intera vela neozelandese, perché oltre che alla guida del team che per cinque volte ha vinto l’America’s Cup ha vinto due volte il giro del mondo alla Whitbread Round The World Race. Inoltre è un motociclista sfegatato con due partecipazioni al Tourist Trophy la gara sull’isola di Whight definita “la corsa più pericolosa del mondo”. Con Matteo De Nora, team principal di Emirates Team New Zealand, è l’uomo che più ha voluto la 38° America’s Cup a Napoli e quindi l’intervista parte proprio da lì. Da: perché Napoli?

Per rispondere alla tua domanda, nel 2011 disputammo una pre-regata proprio a Napoli. Nel corso degli anni ne abbiamo fatte molte, ma quella fu davvero speciale. E lo fu soprattutto per la quantità di pubblico. Non ricordo le cifre esatte, ma si parlò di qualcosa come mezzo milione di spettatori. Era qualcosa di incredibile. Ed è questo che ti resta impresso. Un entusiasmo che nasce soprattutto dalla tradizione italiana in America’s Cup e dal ruolo di Luna Rossa. Dal 1983, con Azzurra a Newport, l’Italia ha preso parte a tredici sfide di Coppa America. Così si è formata un’intera generazione cresciuta attorno all’America’s Cup attraverso Azzurra, e poi Italia, Il Moro di Venezia, Mascalzone Latino, +39 Challenge e, poi le sei campagne (a Napoli sarà la settima, ndr) di Luna Rossa che è diventata parte della cultura popolare. Lo si è visto anche alla presentazione dei team: appena è comparso il rappresentante di Luna Rossa la reazione del pubblico è stata incredibile. Certo, è anche l’effetto del pubblico di casa, ma a Napoli tutto questo raggiungerà un altro livello.

Quindi… Napoli.

Per tutte queste ragioni, quando lo scorso anno ho iniziato a parlare con il Governo italiano e mi hanno proposto Palermo, Siracusa o altre città del Sud, ma anche Genova, ho risposto che per noi esisteva davvero un solo posto possibile: Napoli. Anche perché in molte di queste località il vento non è sufficiente. Napoli invece offriva tutto quello che stavamo cercando. Poi è entrato in gioco il progetto di Bagnoli e lì abbiamo capito che ci trovavamo davanti a qualcosa di enorme. Per Napoli rappresenterà una vera svolta. E anche per l’Italia, perché sarà la prima volta nella storia dell’America’s Cup nel Paese.

26 maggio 2025. Louis Vuitton 38 America’s Cup. Funzione di benvenuto del Primo Ministro italiano, Roma. Grant Dalton, CEO del Defender Emirates Team New Zealand e dell’evento America’s Cup.

In più c’è un aspetto molto particolare: a Napoli ci saranno tutti i team che hanno vinto almeno una volta la Coppa: voi, gli australiani, gli svizzeri, gli americani…

Hai ragione, non ci avevo mai pensato. È davvero un grande spunto. Un’angolazione fantastica. Questa me la segno! Non è mai successo prima. E credo che questo attirerà ancora più attenzione sull’evento, anche da parte di nuove generazioni di pubblico.

Cosa vi aspettate da Napoli?

Sicuramente un supporto enorme per Luna Rossa. E questo può essere allo stesso tempo una benedizione e una maledizione. C’è sempre questa idea che giocare in casa rappresenti un vantaggio. Io, sinceramente, penso che in molti casi sia uno svantaggio. Non c’è solo la pressione del pubblico: ci sono tutte le distrazioni della vita quotidiana. Tua madre, tua zia, il vicino di casa, il compleanno della nonna… tutte cose che fanno parte della vita quando sei a casa. Quando invece sei lontano, come abbiamo fatto noi andando a Barcellona, tutte queste influenze esterne spariscono. Esiste solo il lavoro e un unico obiettivo. Non devi più pensare al pranzo di famiglia della domenica alle due del pomeriggio: a quell’ora stai lavorando. Per questo motivo penso che vincere in casa sia in realtà più difficile. Certo, farlo davanti al proprio pubblico sarebbe la cosa più bella in assoluto, ma comporta molte più pressioni.

21 maggio 2026. Louis Vuitton 38a America’s Cup – Regata preliminare Sardegna. Conferenza stampa. Peter Burling LUNA ROSSA TEAM, Nathan Outteridge – EMIRATES TEAM NEW ZEALAND.

Veramente…?

Per Emirates Team New Zealand, per esempio, la meno brillante delle ultime quattro campagne è stata proprio quella del 2021 ad Auckland. Eppure abbiamo vinto 7-2. Ma non è stata la nostra migliore campagna proprio perché eravamo a casa. È stato anche una delle ragioni per cui siamo andati a Barcellona. Quindi sì, giocare in casa può essere un vantaggio, ma io vedo soprattutto più pressione, da ogni direzione. Però per il pubblico sarà qualcosa di incredibile

Passiamo alla nuova Coppa. Con America’s Cup Partnership state cambiando formula e visione della Coppa. Anche il ritorno di Louis Vuitton come partner rappresenta un segnale importante…

Il cambiamento è stato necessario per attrarre sempre più pubblico verso questi eventi abbiamo visto quanto il cinema e le piattaforme streaming abbiano inciso sulla Formula 1 con il film dedicato a Brad Pitt, o sulla MotoGP con il progetto presentato quest’anno. E l’America’s Cup, in fondo, possiede tutti gli ingredienti perfetti: velocità, innovazione, adrenalina, rivalità. È quasi fatta apposta per il cinema….

12 marzo 2026. 38a America’s Cup Louis Vuitton – Emirates Team New Zealand , Taihoro, AC75.

In futuro vedremo qualcosa di simile anche per la Coppa America?

Buona domanda. In realtà esiste già un film-documentario. Ė pronto. Ed è supportato da Louis Vuitton. Non è stato facile farlo. Per un anno e mezzo tutti abbiamo avuto addosso microfoni e telecamere al punto da dimenticarci persino di averli. E questo significa che non sempre si controlla ciò che si dice. Abbiamo imparato molto da ‘Drive to Survive’ (la serie di Netflix sulla Formula 1 automobilistica, ndr). Prima di definire il protocollo del documentario ho parlato con Jim Ratcliffe, che aveva esperienza sia in Mercedes sia nel ciclismo, per capire quali regole avessero adottato. Ricorderete che nella prima stagione Ferrari e Red Bull non volevano partecipare a ‘Drive to Survive’, salvo poi cambiare idea. Noi invece abbiamo deciso che la partecipazione sarebbe stata obbligatoria per tutti i team: nessuno avrebbe potuto tirarsi indietro. Soprattutto abbiamo imposto un’altra regola fondamentale: non si potevano eliminare le scene semplicemente perché non piacevano. Perché altrimenti il risultato sarebbe diventato troppo, come dire pulito, troppo artificiale. I team hanno potuto vedere in anteprima il girato che sarebbe stato utilizzato, ma a meno che non ci fossero contenuti diffamatori o davvero estremi, non potevano impedirne la pubblicazione.

20 maggio 2026. Louis Vuitton 38a America’s Cup – Regata preliminare Sardegna – Regata di prova. EMIRATES TEAM NEW ZEALAND, LUNA ROSSA TEAM.

Quello che ne è uscito è quindi qualcosa di molto autentico, molto reale, senza filtri…

Quando l’ho guardato, da purista che vive l’America’s Cup dall’interno, mi ha dato un po’ la sensazione di certi film hollywoodiani come ‘Days of Thunder’ con Tom Cruise… non esattamente un capolavoro. Però le persone indipendenti che l’hanno visto sostengono che racconti davvero bene la storia. E oggi, con la nuova partnership, tutto questo rappresenta un’opportunità ancora più concreta per il futuro. Drive to Survive ha avuto un impatto enorme sulla Formula 1. ‘Full Swing’ ha fatto lo stesso per il golf. Tutto questo ormai è sul tavolo anche per noi.

E poi uno dei punti di forza di ‘Drive to Survive’ è che anche l’edizione di quest’anno è stata lanciata pochi giorni prima dell’inizio del campionato, creando immediatamente attesa…

Per noi il problema è sempre stato capire quando distribuire il documentario: una volta finita la Coppa bisogna aspettare due anni prima dell’edizione successiva. Ma se riuscissimo a collocarlo strategicamente, magari durante eventi o città chiave come Toronto (Film Festival ndr) o Venezia (Mostra del cinema ndr), allora potrebbe diventare il perfetto ponte verso la regata successiva.

20 maggio 2026. Louis Vuitton 38a America’s Cup – Regata preliminare Sardegna EMIRATES TEAM NEW ZEALAND. Regata di prova.

Tradizionalmente l’America’s Cup ha sempre seguito una regola molto chiara: chi vince decide le regole del gioco. Oggi però non funziona più esattamente così. Come defender avete infatti scelto di cambiare prospettiva e visione dell’evento. Non si tratta più soltanto di difendere la Coppa, ma di trasformarla. Non è una scelta rischiosa?

È sicuramente un rischio. La domanda più ovvia che mi viene fatta è: perché? Perché rinunciare a parte di quel controllo che esiste da oltre 150 anni? Le ragioni sono tre. E la più importante è che la Coppa America era in difficoltà. Lo avevamo capito già nel 2024, alla fine delle regate a Barcellona. E il problema principale era economico. I costi per competere erano diventati troppo elevati. Ancora oggi non riesco a capire come alcuni team riuscissero a spendere certe cifre. Bisognava intervenire. E poi, anche se può sembrare arrogante dirlo, in qualche modo eravamo vittime del nostro stesso successo. Dopo tre vittorie consecutive, molti boss dei team iniziavano a pensare: dobbiamo investire altri 150 milioni di euro per poi probabilmente perdere di nuovo contro Team New Zealand? Questo il primo problema. Il secondo è che SailGP sta avendo un impatto importante sul nostro mondo e ci ha costretto a riflettere. Infine, l’America’s Cup, era rimasta l’unico grande evento sportivo al mondo ancora strutturato in quel modo. Non che fosse necessariamente sbagliato, ma sicuramente era rimasto l’ultimo modello di questo tipo. Ma il grande problema era che i team non avevano alcun valore reale. Erano semplicemente centri di costo, non asset in grado di generare valore. Un team di Formula 1 è un profit center. Un team NBA è un profit center. Anche i grandi club calcistici sono profit center. Noi invece eravamo rimasti una sorta di dinosauri. Con l’America’s Cup Partnership stiamo cercando di creare valore attorno ai team. Non devono più essere soltanto strutture che spendono denaro, ma realtà capaci di attrarre investimenti e costruire valore nel lungo periodo. Per questo abbiamo introdotto un sistema di accordi più lunghi nel tempo (un esempio è quello delle barche valide anche per la 39° edizione, ndr) e un tetto ai costi che per questa edizione sarà di circa 55 milioni di euro. L’idea è che un team non dipenda più da una singola persona disposta a “mettere sul piatto” 150 milioni di dollari ogni due o tre anni, ma possa diventare qualcosa con un valore economico reale e quindi più sostenibile. Con America’s Cup Partnership, che è modellata al 100% sul sistema NBA, i team, attraverso gli yacht club, mantengono comunque un’influenza diretta sulle decisioni e sull’evoluzione della Coppa, non come in Formula 1 dove i team in realtà non possiedono nulla e tutto appartiene alla FIA e a Liberty Media.

Qualcuno, anzi, non pochi vecchi appassionati hanno però storto il naso…

Non si può permettere che la tradizione finisca per uccidere tutto il resto. Guarda, io ormai sono vecchio, quindi posso permettermi di dirlo. Capisco perfettamente il lato romantico dei velisti, quelli che amano la vela di una volta e il fascino della tradizione. Ma il mondo evolve continuamente. Oggi non andiamo più al lavoro a cavallo: guidiamo automobili. E la vela non può essere diversa. Uno degli esempi migliori in questo momento è probabilmente Kimi Antonelli in Formula 1. Ha 18 anni ed è già ai vertici del campionato. Non ha potuto accumulare molta esperienza nelle categorie tradizionali semplicemente perché è troppo giovane. Però ha passato gran parte della sua vita davanti a un simulatore nella sua camera da letto. Ed è straordinariamente talentuoso. Questa nuova generazione di velisti è esattamente la stessa cosa. Magari sono nomi che ancora il grande pubblico non conosce, ma hanno alle spalle una quantità enorme di ore di simulazione e riescono poi a trasferire tutto questo direttamente in acqua.

Soprattutto non vogliono navigare a otto nodi. Vogliono andare veloci…

A chi critica l’attuale era del foiling rispondo in modo molto semplice: senza il foiling la vela morirebbe. Io non vedo alcun futuro senza questa evoluzione. Perché la generazione che oggi conta vuole velocità. Vuole regate rapide, tecniche, spettacolari. Vuole potersi allenare anche da casa, davanti a un simulatore, e trasformare quell’esperienza in performance reale. Non vuole la vela lenta di vent’anni fa. E credo che anche i Giochi Olimpici, nel prossimo futuro, andranno sempre più verso classi foil. Le Olimpiadi della vela, a dire il vero, hanno un po’ perso la loro direzione. Non conosco tutti i dettagli, ma mi sembra un sistema diventato troppo frammentato, con troppe persone coinvolte e troppe associazioni.

Torniamo alla Coppa. L’America’s Cup è sempre stata qualcosa di molto esclusivo, di quasi sacro. Oggi, teoricamente, il numero di team che possono entrare come challenger rimane aperto… Giusto?

Sì e no. Formalmente è aperto, ma in realtà non completamente, perché se vuoi aumentare il valore economico e competitivo di una rete di franchising devi anche limitare il numero dei componenti della rete. Al momento siamo arrivati a sette team e credo che abbiamo raggiunto una massa critica importante. Per questo motivo eventuali team numero otto, nove o dieci non entreranno alle stesse condizioni degli attuali. I team presenti oggi hanno pagato una quota d’ingresso nella partnership. Chi arriverà dopo, e so già di almeno un soggetto interessato, non entrerà con la stessa quota. È questo il principio su cui si costruisce il valore. È un po’ come dire: questa volta entri pagando cinque, la prossima ne pagherai venti.

21 gennaio 2026 Napoli. Annuncio dell’America’s Cup Partnership (ACP) a Palazzo Reale di Napoli. Grant Dalton, amministratore delegato di Emirates Team New Zealand

Ancora una volta il modello di riferimento è l’NBA. Oggi acquistare una ‘franchigia’ NBA costa cifre enormi…

Nel 2016 nessuno voleva una posizione sulla griglia di Formula 1, praticamente te la regalavano. Oggi invece è quasi impossibile entrare. Ed è questo il modello verso cui stiamo andando.

Quindi non avremo mai venti team?

Dieci forse, forse. E poi c’è anche un limite fisico. Per la Coppa a Napoli, nel sito di Bagnoli, con sette team, siamo praticamente pieni. C’è ancora uno spazio centrale destinato ai programmi Youth, Women e agli uffici di ACE. Rimane spazio soltanto per un altro team senza dover riconfigurare completamente l’area.

Torniamo a Napoli. Che ci dice riguardo alla vostra arma segreta, quei foil arms azzurro-Napoli e la scritta Napoli… Ė una mossa per conquistare i locals?

No, sinceramente credo che qualcuno stia cercando significati nascosti dietro quello che è semplicemente un gesto di rispetto verso Napoli e verso l’accoglienza incredibile che abbiamo ricevuto. Ricordo ancora quando, a Castel dell’Ovo, annunciammo ufficialmente che la Coppa America sarebbe arrivata a Napoli. Fu qualcosa di impressionante. La gente si alzò in piedi ad applaudirci e io rimasi completamente spiazzato. Da semplice neozelandese, quella reazione mi colpì profondamente. Mi vennero quasi le lacrime agli occhi. Ed è proprio in quel momento che mi venne l’idea. Pensai che come team defender, perché allora non esisteva ancora la partnership, c’eravamo sostanzialmente solo noi, Luna Rossa e i francesi, dovevamo fare qualcosa per dimostrare rispetto verso questa città. Tutto è nato da lì. Non c’è alcun riferimento a Maradona o ad altro. È stato un gesto d’istinto. Tra l’altro queste cose richiedono mesi di preparazione. I foil e tutto il resto non è stata una decisione presa la settimana scorsa. L’abbigliamento e tutta la grafica vengono pianificati almeno sei mesi prima dell’evento. Per questo, lo ripeto, è stato semplicemente un segno di rispetto verso Napoli, per il modo in cui ha accolto Team New Zealand e per l’amore che dimostrerà verso l’America’s Cup. Non è un espediente per catturar simpatie, né una strategia di marketing.

21 maggio 2026. Louis Vuitton 38a America’s Cup – Regata Preliminare Sardegna. Cerimonia di apertura del Villaggio di Regata.

Da defender, quale ovviamente oltre a Luna Rossa, il team più competitivo a Napoli?

Mi stai mettendo in difficoltà… Anche i francesi stanno lavorando bene. È banale dire che saranno tutti competitivi, sembra quasi una risposta da conferenza stampa, ma è così. Ovviamente Luna Rossa resta uno dei riferimenti. È evidente. Sono rimasto sinceramente sorpreso dal fatto che nell’ultima edizione abbiano reso meno del previsto. Mi aspettavo molto di più. Oggi però credo che abbiano corretto le ragioni di quelle difficoltà. I francesi hanno una buona barca, ma soprattutto stanno costruendo continuità, e questo è fondamentale. Gli inglesi saranno forti, anche se la loro continuità si è interrotta. Vedremo se riusciranno a ricostruire rapidamente quel percorso. Però non sottovaluterei gli australiani: hanno persone molto valide e hanno la nostra barca!

Il team del Royal Prince Edward Yacht Club ha annunciato Tom Slingsby, forse James Spithill, Glenn Ashby. Hanno messo insieme nomi importanti. E poi Te Rehutai, la barca con cui avete vinto nel 2021…

Anche se l’annuncio ufficiale è solo della scorsa settimana, con gli australiani stiamo collaborando da quasi tre mesi in gran segreto. Quindi il progetto è molto più avanti di quanto sembri. Per questo, secondo me, gli australiani sono i veri outsider, il dark horse di questa Coppa. Gli americani, invece, credo faranno più fatica. E penso che anche Alinghi avrà un percorso complicato. Se oggi dovessi fare una graduatoria, metterei Luna Rossa, australiani, francesi e americani tutti nello stesso gruppo di testa.

Intanto vedremo Peter Burling con Luna Rossa dall’altra parte della barricata…

Sì, ed è una situazione particolare. Anche perché non c’è solo lui: ci sono molti neozelandesi coinvolti in altri team. Devo dire che alla presentazione dei team, quando l’ho visto sul palco, per la prima volta non con noi mi ha fatto uno strano effetto. È stato il momento in cui ho realizzato davvero che le cose sono cambiate. Ma anche in questo caso molti stanno cercando di costruire una narrativa diversa dalla realtà. Voglio essere molto chiaro: massimo rispetto per Max Sirena. Max non ha cercato di “rubarcelo”. Non c’è stata alcuna manovra nascosta o gioco sporco. Semplicemente, dopo che Pete ed io non siamo riusciti a trovare un accordo, Max mi ha chiamato e mi ha chiesto: “È vero?”. E quando ha capito che lo era, mi ha detto che avrebbe provato a prenderlo. Quindi non ci sono stati retroscena o trattative parallele. E da parte di Max c’è stato un comportamento assolutamente corretto. Poi vedremo cosa succederà davvero. Lo scopriremo il prossimo anno. Quello sarà il vero test.

Ma il primo segnale è già arrivato. Seb Menzies, che ha preso il posto di Burling, ha vinto il campionato del mondo 49er … (il mondiale si è concluso domenica 17 maggio a Quiberon, Francia, ndr)

Primo check superato. Ha solo 21 anni. È il modo in cui noi, come team, e sottolineo come team, non come singole persone, abbiamo affrontato questa situazione è stato molto chiaro. Abbiamo vinto tre volte consecutive la Coppa e probabilmente quello che abbiamo fatto era quasi impossibile. Ma mantenendo esattamente la stessa formula non avresti mai vinto una quarta volta. Semplicemente non sarebbe successo, perché tu rimani fermo mentre tutti gli altri continuano a crescere. Per questo abbiamo deciso di cambiare. E tra un anno capiremo se quella scelta era giusta oppure no. Continuo a usare l’esempio di Antonelli in Formula 1 perché è perfetto: diciotto mesi fa nessuno conosceva il suo nome. Oggi è lì davanti. Ed è esattamente la stessa cosa con Seb Menzies. Nessuno lo conosceva fino a poco tempo fa.

Però bisogna avere il coraggio di cambiare…

Come poco tempo fa ho detto in un’intervista: Dan Carter e Richie McCaw non giocano più negli All Blacks. A un certo punto devi essere coraggioso e aprire un nuovo ciclo. Poi magari scoprirai di aver sbagliato. E questo nessuno può saperlo oggi. Ma le nostre sono state decisioni deliberate, prese con l’obiettivo preciso di aprire una nuova era e provare a vincere l’America’s Cup per la quarta volta consecutiva. Non l’abbiamo fatto per sembrare “bravi ragazzi” che aiutano i giovani talenti. L’abbiamo fatto perché crediamo che questa sia la strada giusta per continuare a vincere.

 

di Matteo Zaccagnino (con la collaborazione di Emilio Martinelli)

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