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Tratto da Top Yacht Design n. 11/2017, pagg. 50/57
Piero Lissoni, l’illuminista
Per Piero Lissoni, gli yacht sono degli edifici galleggianti.
«Per fare un buon progetto è fondamentale avere un buon interlocutore, altrimenti non si va da nessuna parte. Sempre, in qualsiasi settore». Parola di Piero Lissoni, architetto e designer che di progetti ne ha firmati a centinaia, nei campi più diversi. In Italia, e non solo, è stato infatti il primo ad approdare dal settore dell’architettura della terraferma a quello dello yacht design, aprendo una strada che poi è stata seguita da molti. Fondatore dello studio Lissoni Associati, art director di importanti brand (da Boffi a De Padova, da Living Divani a Porro) e designer per aziende internazionali (Alessi, B&B Italia, Cassina, Flos, Glas Italia, Kartell e Knoll, per citarne alcune), sono tre gli yacht che portano il suo nome: il 36 metri a vela Ghost (2005), disegnato in collaborazione con lo Studio Brenta; il 5o metri Tribù (2007), realizzato da Mondomarine per Luciano Benetton; il recentissimo Sanlorenzo SX88, 27 metri presentato al Cannes Yachting Festival 2017.
«Entrare nel mondo dello yacht design per me ha significato forzare la mano su un modello che fosse più vicino al domestico e portare a bordo quanto più possibile oggetti di design industriale», spiega. «Non credo sia necessario disegnare qualcosa ad hoc per degli “edifici che galleggiano” Anzi, trovo proprio sia insensato. Perché un oggetto pensato e prodotto industrialmente deve essere copiato in malo modo, magari con proporzioni e materiali sbagliati, per essere messo su un’imbarcazione, quando si ha già a disposizione il meglio del meglio? Su qualsiasi yacht, a prescindere dalle dimensioni, si possono avere prodotti di serie: è solo una questione di mentalità».

Un incontro tra approcci diversi, dunque, che a volte ha richiesto confronti più approfonditi e compromessi, ma che non ha mai creato grandi problemi a Lissoni. «Non ho trovato difficoltà in questo senso», continua. «In tutte e tre le esperienze che ho avuto, ho goduto del privilegio di essere stato scelto dal cantiere o dal committente; certo, a volte non sono mancate problematiche a livello tecnico o di approccio, ma come in qualsiasi altro progetto. Rispetto a chi vive all’interno di un modello professionale, un architetto “esterno” è libero da certi schemi e può pensare in modo più estremo: quando si fa parte di un sistema da molti anni, alcuni dettagli non si vedono più o si danno per scontati; se invece si guarda un oggetto dall’esterno, eventuali soluzioni magari troppo banali vengono notate subito e possono essere migliorate. A volte l’abitudine chiude gli occhi». Piero Lissoni e Massimo Perotti, patron di Sanlorenzo, si conoscevano già da tempo e spesso avevano parlato di possibili collaborazioni. Ora i tempi sono diventati maturi: il risultato è sotto gli occhi di tutti e al primo modello sono seguite subito cinque sorelle. «Dietro all’SX88 non c’era un armatore: era un progetto sperimentale», sottolinea l’architetto. «Il mio interlocutore mi ha messo alle corde su una seria di argomenti, ma mi ha permesso di svolgere il mio lavoro e non ha esitato un attimo quando gli ho proposto soluzioni più estreme: per esempio, non usare legni per terra, ma un pavimento in resina; non creare sovrastrutture intorno alle murate per permettere di vedere il massimo degli spazi; progettare la “cucina che non c’è” – un monolite che sparisce all’occorrenza – nel centro del salone; disegnare una scala che sembra reggersi da sola.

Abbiamo lavorato molto sul modello di distribuzione degli ambienti, abbiamo aperto gli spazi – disegnando un living enorme che si prolunga sul deck esterno grazie all’utilizzo delle medesime finiture (anche i soffitti in legno) e alla realizzazione di grandi ante scorrevoli che fanno sparire la dualità interno/esterno. Tutto un gioco di aperture, insomma». A questo punto una domanda sorge spontanea: vedremo prima o poi un’imbarcazione firmata da Piero Lissoni anche per l’architettura navale? «Spero di sì», si confida. «Prematuro dire come la vorrei: di certo, non potrei mai disegnare una barca tutte curve, che simuli la velocità a tutti i costi e che sia forzatamente filante. Non ne abbiamo bisogno».
di Gaia Grassi






