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Interior trend: materiali morbidi, tonalità neutre, bio-resine

Sotto coperta è in corso un cambiamento di rotta silenzioso. La stagione del minimalismo freddo – lacche a specchio, bianchi da showroom, superfici che respingono il tatto – sta cedendo il passo a interni concepiti per essere toccati prima ancora che ammirati. Tre filoni che a prima vista corrono paralleli – i materiali morbidi, le palette neutre e calde, le bio-resine – raccontano in realtà un unico spostamento di sensibilità: il lusso non si misura più da ciò che si esibisce, ma da ciò che si percepisce.

Il ritorno del tatto

Il primo segnale è tattile. Il bouclé, le maglie a costa larga, il mohair, le pelli destinate a invecchiare anziché a restare immutate sostituiscono le finiture tese e lucide degli anni scorsi. Anche la pietra si ammorbidisce: il travertino e i marmi a venatura leggera arrivano nei saloni e nei bagni in finitura levigata e non lucidata, una scelta che attenua il riflesso e regge meglio l’ambiente marino. Lo stesso vale per i metalli, dove l’acciaio spazzolato e l’ottone non laccato prendono il posto del cromo, scelti proprio perché destinati a patinarsi con il tempo.

Dietro la scelta dei tessuti morbidi non c’è solo una questione di comfort visivo. La morbidità lavora anche sull’acustica e sulla qualità dell’aria percepita, dentro quella grammatica biofilica – texture naturali, superfici fonoassorbenti, vegetazione – che molti studi ormai danno per acquisita. È la sintesi che Terence Disdale racchiude da tempo nella formula «beach house, non penthouse»: interni vissuti, informali, pensati per chi la barca la usa davvero.

In questa logica i materiali rigenerati smettono di essere un compromesso etico e diventano una scelta di registro: la moquette Luna di Rols, prodotta in nylon rigenerato da reti da pesca recuperate ma con una mano vicina alla seta, o i tessuti da rivestimento ricavati da plastica oceanica come Seaqual, dimostrano che la provenienza sostenibile non impone più alcuna rinuncia sensoriale.

La temperatura del colore

Il secondo filone è cromatico, ed è il più documentato. La palette del 2026 vira con decisione verso i neutri caldi e terrosi – sabbia, argilla, bianco caldo, tortora – che archiviano i grigi freddi e i bianchi clinici dominanti nel decennio precedente. Pantone ha eletto colore dell’anno Cloud Dancer, un bianco sporco morbido collocato esattamente sul confine tra caldo e freddo: a bordo è proprio quell’equilibrio a renderlo efficace, perché restituisce luce senza l’effetto laboratorio.

Cambia anche il modo in cui il colore entra in scena. Gli accenti – verde salvia, eucalipto, blu profondo, terracotta – non vengono più affidati alle superfici dipinte ma a tessili, opere d’arte e complementi: una scelta che mantiene flessibile l’ambiente e consente alla palette di evolvere nel tempo senza interventi strutturali. A completare il quadro, l’illuminazione si fa architettonica e a temperatura variabile, con sistemi LED a regolazione circadiana che accompagnano la giornata dal bianco energico del mattino agli ambrati della sera.

La frontiera dei materiali: le bio-resine

È qui che il discorso si fa tecnico – e dove vale la pena essere precisi. Sotto l’etichetta «bio-resina» convivono due famiglie distinte.

La prima è strutturale. I compositi in fibra di lino abbinata a resine bio-based o riciclabili stanno passando dallo scafo agli interni. Il caso più recente è la collaborazione tra la svizzera Bcomp e Sunreef: la sezione prodiera, il bar, il barbecue e la stazione di navigazione del nuovo 100 Sunreef Power sono realizzati in ampliTex™, lino e resina, in una tonalità grigio perla e antracite. Secondo Bcomp il materiale, oltre a essere più rigido del vetro a parità di peso, smorza le vibrazioni: un interno più silenzioso, non solo più sostenibile. Sullo stesso terreno lavorano la tedesca Greenboats, le resine GreenPoxy di Sicomin (la InfuGreen 810 vanta l’approvazione DNV) e le resine termoplastiche riciclabili tipo Elium, che permettono a fine vita di separare fibra e matrice per riutilizzarle.

La seconda famiglia è decorativa: bio-epossidiche da colata, trasparenti e resistenti ai raggi UV, impiegate per pannelli traslucidi, piani e superfici terrazzo-like, dove la resina diventa essa stessa elemento estetico.

Vale però una cautela che separa il marketing dalla materia. «Bio» è uno spettro, non un interruttore. Molte di queste resine contengono ancora una quota di derivati petroliferi, e la percentuale di componente vegetale varia sensibilmente – dal 18% di certe formulazioni a oltre il 34-36% delle più spinte. Le resine 100% bio-based, inoltre, raramente si biodegradano nell’ambiente marino: il loro valore reale, oggi, è la riciclabilità e l’impronta di carbonio ridotta – la fibra di lino ha addirittura bilancio di CO₂ negativo per via dell’assorbimento in fase di crescita – più che la compostabilità. A questo si aggiunge un sovrapprezzo che il mercato stima nell’ordine del 10-30%. Per chi specifica i materiali, la domanda giusta non è «è bio?», ma «qual è la percentuale di contenuto bio, e a fine vita cosa succede?».

Una sola grammatica

Letti insieme, questi tre filoni non sono tre tendenze ma una sola sensibilità: calore, tattilità, coscienza del materiale. Il punto di convergenza è il benessere – l’interno inteso come residenza e come ambiente sensoriale che rigenera anziché impressionare. E le bio-resine sono il luogo in cui, per la prima volta, estetica ed etica arrivano a coincidere sulla stessa superficie: non più un vincolo da gestire, ma un linguaggio progettuale a sé.

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