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Next Yacht Group: Identità e visione

In occasione del ventesimo anniversario di Top Yacht Design, abbiamo incontrato Giorgio Mattei, vicepresidente di Next Yacht Group, per approfondire la visione strategica che guida il gruppo e l’evoluzione dei suoi due brand, Maiora e AB Yachts. In questa intervista racconta come identità, innovazione e cultura progettuale possano convivere nel rispetto delle peculiarità di ciascun marchio, delineando una nuova idea di lusso, sempre più orientata alla qualità dell’esperienza, degli spazi e del rapporto con il mare.

Giorgio Mattei, vicepresidente di Next Yacht Group

Next Yacht Group è una realtà giovane che custodisce il DNA di marchi storici come Maiora e AB Yachts. In che modo la nascita del gruppo ha ridefinito la visione strategica di questi due brand, mantenendo intatte le loro anime distinte?

«La nascita di Next Yacht Group non non ha cambiato l’identità di Maiora e AB Yachts, l’ha resa più chiara. È un aspetto che considero fondamentale perché, quando si lavora con marchi che hanno decenni di storia alle spalle, il rischio non è perdere il passato, ma semplificarlo eccessivamente. Noi abbiamo scelto un approccio diverso: studiare profondamente il patrimonio genetico di ciascun brand per comprenderne l’essenza e permettergli di esprimerla in modo ancora più efficace. In questi anni abbiamo capito che Maiora e AB Yachts non dovevano convergere verso una stessa identità, ma evolvere lungo due percorsi distinti e complementari.

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Maiora ha rafforzato il proprio ruolo di interprete di un lusso fondato sul benessere e sulla relazione con il mare, che nasce dalla qualità dello spazio, dalla vivibilità a bordo, dal rapporto equilibrato tra architettura navale e comfort. AB Yachts ha invece consolidato la propria vocazione all’innovazione, alla ricerca della prestazione e alla sperimentazione tecnologica applicata alla navigazione, per offrire imbarcazioni dalle performance impareggiabili. Il ruolo del Gruppo è stato quello di creare un terreno comune fatto di competenze, investimenti, capacità industriale e cultura progettuale, lasciando però che ogni marchio esprimesse con ancora maggiore precisione il proprio carattere, con una voce più riconoscibile. I brand non sono diventati più simili, sono diventati più sé stessi. Credo che questa sia la vera maturità di un gruppo industriale: non costruire un’identità unica che assorbe tutto, ma creare le condizioni affinché identità diverse possano crescere con maggiore coerenza e consapevolezza».

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Qual è il “filo rosso” concettuale e stilistico che unisce l’eleganza senza tempo e i grandi volumi di Maiora con le performance pure e l’innovazione tecnologica di AB Yachts?

«Il filo rosso non è uno stile comune, ma una filosofia progettuale comune. Spesso si tende a cercare nel design gli elementi che accomunano due marchi. In realtà, nel nostro caso, ciò che unisce Maiora e AB Yachts nasce ancora prima del design. Nasce dal modo in cui affrontiamo il progetto. Ogni yacht dovrebbe partire da una domanda molto semplice: come desidera vivere il mare il suo armatore? Maiora interpreta questa risposta attraverso lo spazio, la continuità tra interni ed esterni, la convivialità, il benessere e il piacere di vivere la navigazione con naturalezza.

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AB Yachts la interpreta invece attraverso il dinamismo, la precisione, la velocità e quella particolare emozione che nasce quando tecnologia e mare entrano in perfetta sintonia. Sono due linguaggi differenti che parlano la stessa lingua: mettere l’armatore al centro del progetto e regalargli tempo di qualità. Per questo non cerchiamo mai di inseguire una somiglianza formale tra i due brand. Al contrario, vogliamo che ognuno mantenga il proprio carattere. Il nostro compito è garantire che dietro a ogni scelta progettuale esista sempre lo stesso principio: l’equilibrio tra forma, funzione e utilizzo reale.

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La vera eleganza, a mio avviso, nasce proprio da qui. Non da un dettaglio estetico, ma dalla capacità di uno yacht di apparire naturale nel modo in cui viene vissuto. Quando tutto trova il proprio posto e ogni scelta ha una ragione precisa, il design smette di essere stile e diventa identità».

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Celebrando i 20 anni di Top Yacht Design, guardiamo indietro per capire il presente. Come si sono evoluti le linee esterne e il design degli interni dei vostri yacht per interpretare il concetto di lusso nella sua evoluzione nel tempo?

«Negli ultimi anni il lusso non è diventato più appariscente. È diventato più personale. Questa è probabilmente la trasformazione più importante che il design nautico abbia vissuto. In passato una parte significativa del lusso era rappresentata dalla capacità di mostrare. Oggi è sempre più legata alla capacità di far vivere bene uno spazio. Le linee esterne e gli interni si sono evoluti seguendo questa trasformazione culturale. Gli yacht hanno progressivamente perso rigidità.

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Le barriere tra interno ed esterno si sono assottigliate, le superfici vetrate sono aumentate, la luce naturale è diventata un elemento progettuale centrale e gli ambienti hanno acquisito una flessibilità che un tempo non esisteva. Non perché fosse una moda stilistica, ma perché è cambiato il modo di vivere la barca. Oggi un armatore non cerca necessariamente un salone più grande. Cerca uno spazio che funzioni meglio. Non desidera semplicemente una suite più ampia.

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Desidera una connessione più diretta con il mare, con la luce, con i propri ospiti e con il tempo che trascorre a bordo. Personalmente trovo molto affascinante osservare come il design si stia avvicinando sempre più all’architettura. Stiamo parlando sempre meno di ambienti e sempre più di relazioni tra gli ambienti. Sempre meno di superfici e sempre più di percezioni. Per questo credo che il vero lusso contemporaneo sia la qualità dello spazio e del tempo che quello spazio è in grado di generare».

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Chi è l’armatore di Next Yacht Group oggi? Come sono cambiate le sue esigenze e le sue priorità rispetto al passato, in particolare per quanto riguarda l’uso degli spazi a bordo?

«L’armatore di oggi è profondamente diverso rispetto a quello del passato. È molto più informato, più internazionale, più consapevole e spesso arriva al mondo dello yachting dopo aver vissuto esperienze di altissimo livello in settori come hospitality, automotive, real estate e design. Porta quindi aspettative molto sofisticate e una forte attenzione al dettaglio. Ma il cambiamento più interessante riguarda la natura delle sue richieste. Oggi l’armatore pretende che ogni scelta progettuale abbia un significato. Non accetta più soluzioni nate esclusivamente dalla consuetudine o dalla tradizione. Vuole capire perché uno spazio esiste, perché è stato dimensionato in un certo modo e quale valore aggiunto porterà alla propria esperienza di bordo. Questo porta a una conseguenza molto importante: gli ambienti non vengono più giudicati soltanto per dimensione o rappresentatività, ma per la qualità del loro utilizzo. Ogni metro quadrato deve essere vissuto.

Per questo vediamo una crescente richiesta di spazi multifunzionali, di ambienti capaci di adattarsi ai diversi momenti della giornata, di aree che favoriscano l’interazione sociale senza rinunciare alla privacy. Da questo punto di vista il design sta diventando sempre meno una disciplina estetica e sempre più una disciplina comportamentale. Progettiamo spazi osservando come le persone vivono e non semplicemente come desiderano apparire».

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In che modo l’armatore viene integrato nel processo creativo e progettuale del cantiere per fare in modo che ogni imbarcazione diventi un pezzo unico e fortemente personalizzato?

«Il nostro processo non inizia chiedendo all’armatore quante cabine desidera. Inizia con una domanda molto più importante: “Come immagina di vivere la sua barca?” Può sembrare una differenza minima, ma in realtà rappresenta due modi completamente diversi di concepire il progetto. Le cabine, le metrature o gli arredi sono conseguenze. Prima vengono le persone.

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Cerchiamo di comprendere le abitudini di bordo, il tipo di navigazione, il rapporto con gli ospiti, la presenza della famiglia, il livello di privacy desiderato, il modo in cui si immagina una giornata ideale in mare. Da queste informazioni inizia a costruirsi una sorta di architettura invisibile che precede l’architettura fisica dello yacht. A quel punto designer, architetti navali e ingegneri iniziano un dialogo continuo che trasforma desideri e comportamenti in soluzioni concrete.

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La personalizzazione, infatti, non consiste nel selezionare finiture o varianti da un catalogo. Quello è l’ultimo passaggio. La vera personalizzazione consiste nel progettare un’imbarcazione che rifletta una specifica idea di vita a bordo. Quando avviene questo, lo yacht smette di essere semplicemente un prodotto e diventa un’estensione della personalità del suo armatore».

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Quali sono i pilastri della vostra ricerca in termini di innovazione tecnologica, sostenibilità e materiali d’avanguardia?

«La nostra ricerca si fonda su tre principi: innovazione utile, sostenibilità concreta e digitalizzazione intelligente. Parlo volutamente di principi e non di tecnologie, perché le tecnologie cambiano rapidamente mentre i principi dovrebbero rimanere stabili. L’innovazione utile significa introdurre soluzioni che migliorano realmente l’esperienza di bordo, la sicurezza, l’affidabilità o la qualità del progetto. Non siamo interessati all’innovazione come esercizio di stile.

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Lo stesso vale per la sostenibilità. Preferiamo parlare di sostenibilità concreta e misurabile. L’obiettivo non è inseguire slogan, ma progettare yacht più efficienti, più duraturi e più intelligenti dal punto di vista energetico. Infine c’è la digitalizzazione intelligente. L’intelligenza artificiale e i sistemi digitali stanno aprendo opportunità straordinarie nello yachting. Tuttavia devono rimanere strumenti al servizio delle persone. Il Next AI-Integrated System nasce esattamente da questa filosofia: rendere l’interazione con la barca più semplice, naturale e intuitiva. L’aspetto più importante, però, è che nessuna tecnologia deve mai diventare protagonista del progetto. La tecnologia migliore è quella che quasi non si vede, ma che migliora concretamente l’esperienza dell’armatore e dell’equipaggio».

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Qual è la sfida progettuale e l’orizzonte stilistico su cui Next Yacht Group si sta concentrando per ridefinire gli standard del mercato nei prossimi anni?

«La vera sfida non è costruire yacht più grandi. È costruire yacht sempre più coerenti. Coerenti con il modo in cui gli armatori vivono, lavorano, viaggiano e si relazionano con il mare. Coerenti con l’evoluzione della tecnologia. Coerenti con un concetto di lusso che sta diventando sempre più personale, meno ostentato e più consapevole. Credo che il futuro dello yachting si giochi sulla capacità di integrare discipline che per molti anni sono state considerate separate.

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Design e ingegneria non possono più procedere su binari paralleli. Le migliori innovazioni nascono quando la soluzione tecnica diventa opportunità progettuale e quando il design stimola nuove risposte ingegneristiche. È esattamente in questa intersezione che vedo il futuro di Next Yacht Group. Questo si tradurrà in nuove architetture navali, maggiore continuità tra interno ed esterno, materiali evoluti, sistemi digitali sempre più integrati e una crescente attenzione alla qualità dell’esperienza complessiva dello yacht. Probabilmente si tradurrà anche in imbarcazioni più grandi. Ma questa è la conseguenza, non l’obiettivo. L’obiettivo è costruire yacht che conservino una forte identità progettuale e che sappiano attraversare il tempo senza perdere attualità. Perché uno yacht veramente riuscito non è quello che colpisce nell’immediato, ma quello che continua a essere coerente, equilibrato e desiderabile anche molti anni dopo la sua nascita. Quando forma, funzione e modo d’uso trovano un’armonia autentica, il progetto supera la dimensione della tendenza e diventa identità».

Marta Gasparini

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