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Ocean Mapper: La nuova frontiera degli oceani

Non ce ne accorgiamo quasi più. Viviamo nell’illusione di avere tutto a portata di mano, di conoscere ogni angolo del pianeta. Basta una domanda a un algoritmo, una destinazione inserita su una mappa digitale, e in pochi istanti otteniamo risposte, percorsi, tempi di percorrenza. Il mondo sembra ormai completamente decifrato, tradotto in dati, ridotto a coordinate.

Render di Ocean Mapper

Ma è davvero così? La realtà, come spesso accade, è più profonda. Letteralmente. A ricordarcelo è Victor Vescovo, che il 7 maggio 2019 ha spinto l’esplorazione umana fino a 10.935 [vedi: https://doi.org/10.1016/j.dsr.2021.103644 il rapporto ufficiale del governo statunitense (NOAA) sulla profondità completamente calcolata di Challenger Deep, basata su tutte le 15 immersioni che ho effettuato] metri sotto il livello del mare, sul fondo della Fossa delle Marianne, a bordo del sommergibile DSV Limiting Factor. Un record assoluto che non segna un punto di arrivo, ma piuttosto l’inizio di una nuova fase: quella della comprensione sistematica degli oceani.

Victor Vescovo dopo la sua seconda immersione in solitaria nel punto più profondo di Challenger Deep, Fossa delle Marianne

È da questa consapevolezza che nasce Ocean Mapper, un progetto che unisce Vescovo ed Espen Øino attorno a un obiettivo tanto semplice quanto rivoluzionario: mappare il fondale oceanico su scala globale. In occasione del Day of Exploration evento Organizzato dallo Yacht Club de Monaco in collaborazione con The Explorers Club di New York, nell’ambito del La Belle Classe Superyachts Environmental Symposium, Vescovo è entrato subito nel merito con una dichiarazione che ha il tono di una sfida: «La mappatura dei fondali oceanici è una delle ultime grandi frontiere del nostro pianeta. E, soprattutto, dobbiamo capire come renderla finalmente possibile».

Espen Oino – ©Guillaume Plisson

I numeri, più di ogni retorica, restituiscono la dimensione del problema. Oggi circa il 74% del fondale marino è ancora inesplorato, mentre solo il 26% è stato mappato con un livello accettabile di precisione. E il ritmo di avanzamento, intorno al 2% all’anno, non solo è insufficiente, ma sta rallentando, perché le aree più accessibili sono già state esplorate. «Abbiamo mappe migliori di Marte e della Luna di quante ne abbiamo della Terra», ha osservato Vescovo. «Personalmente, lo trovo inaccettabile».

Il paradosso è ancora più evidente se si considerano i requisiti fissati da GEBCO (General Bathymetric Chart of the Oceans): al di sotto dei 5.700 metri di profondità sarebbe sufficiente una risoluzione di 800 per 800 metri, meno di un chilometro quadrato. Eppure, nemmeno questo standard minimo è stato raggiunto su scala globale. Di questo passo, arrivare all’80% di copertura richiederà almeno fino al 2055, probabilmente anche di più.

Render di Ocean Mapper

Il vero nodo, però, non è tecnologico. È economico. Le grandi navi da ricerca operano con costi giornalieri compresi tra i 30.000 e i 140.000 dollari, mentre il costo di mappatura si aggira tra i 20 e i 70 dollari per chilometro quadrato. «Non esiste un reale incentivo commerciale per mappare i fondali profondi», ha spiegato Vescovo. Le applicazioni sono limitate e, quando esistono, come nel caso dell’oil & gas, i dati restano privati. Governi e filantropia non bastano a sostenere uno sforzo globale. È qui che nasce il cambio di paradigma.

La risposta è costruire una nave che faccia una cosa sola: mappare. Non una piattaforma multifunzionale, ma un sistema ottimizzato attorno a un unico obiettivo, costruito intorno al sonar multibeam Kongsberg EM124, capace di operare fino a 11.000 metri di profondità. Ridurre dimensioni, equipaggio e consumi per abbattere i costi, mantenendo intatte le capacità operative. È su questa intuizione che si innesta il lavoro progettuale di Øino, che ha raccontato il progetto con la lucidità di chi è abituato a trasformare visioni in oggetti concreti: «Il brief era fare una sola cosa. Ed è qualcosa di assolutamente inusuale».

 L’approccio è stato radicale: partire da un foglio bianco, analizzare le condizioni operative globali insieme a Engineering IDS e definire parametri chiave come affidabilità, comportamento in mare, finestre operative e comfort, considerando che la nave può restare in mare per settimane. Dopo aver studiato diverse configurazioni, catamarano, trimarano, SWATH(small waterplane area twin hull), e aver condotto numerose simulazioni in condizioni di mare mosso, la conclusione è stata tanto semplice quanto sorprendente: la soluzione migliore era il monoscafo. Una piattaforma compatta di 23 metri, organizzata secondo una logica rigorosa: sistemi tecnici e sonar a prua, aree equipaggio a poppa, dove i movimenti sono più contenuti. Due cabine, possibilità di operare anche con un solo membro d’equipaggio, e una gondola dedicata al sonar posizionata alla profondità ottimale per garantire precisione senza penalizzare i consumi.

Render di Ocean Mapper

Sul piano operativo, i numeri raccontano la portata del salto. La nave è progettata per lavorare circa 310 giorni all’anno, a una velocità di 10 nodi, con un consumo di circa 400 galloni al giorno e un costo annuale di carburante che si avvicina ai 500.000 dollari. Ma ciò che cambia radicalmente è l’efficienza: tra i 2 e i 3 milioni di chilometri quadrati mappati ogni anno nelle acque profonde, con un costo compreso tra i 3 e i 4 dollari per chilometro quadrato, significativamente inferiore rispetto alle piattaforme tradizionali. Il confronto è impietoso. «Una nave della NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration ndr.) arriva a circa 600.000-700.000 chilometri quadrati l’anno», ha sottolineato Vescovo. Questa nuova piattaforma è in grado di fare tre o quattro volte tanto. Eppure, non basta: per completare la mappatura servirà una flotta.

Il problema si complica ulteriormente nelle aree costiere, paradossalmente le più difficili da mappare. In acque basse i fasci sonar non si espandono, la copertura si riduce e l’efficienza crolla. A questo si aggiungono limiti fisici difficili da superare: oltre i 10 nodi, vibrazioni e rumore compromettono la qualità dei dati.

Render di Ocean Mapper

È qui che la visione di Vescovo si allarga e diventa sistema. Per affrontare davvero il problema servono tre sistemi diversi. Una nave per il mare profondo, un mezzo intermedio — il SeaHare, un drone a effetto suolo capace di volare radente sull’acqua — e un drone a decollo verticale dotato di LiDAR per le acque più basse, fino a circa 30 metri di profondità. Una combinazione di tecnologie non convenzionali che potrebbe abbattere i costi fino a 2-3 dollari per chilometro quadrato in tutte e tre le aree.

Render di Ocean Mapper

Il progetto è già in corso. «Sto costruendo tutti e tre questi sistemi. Ci vorranno circa due anni», ha spiegato Vescovo, lasciando intravedere una roadmap concreta che potrebbe portare a una mappatura globale in 10-15 anni, anziché in decenni. Ocean Mapper, allora, non è solo una nave. È un cambio di paradigma. Un tentativo di trasformare una delle imprese scientifiche più complesse del nostro tempo in un problema ingegneristico risolvibile. Perché, nonostante tutto, il dato più sorprendente resta uno: più della metà del nostro pianeta è ancora completamente sconosciuta.

Matteo Zaccagnino

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