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Picchiotti P53: The Italian Sea Group vara la P-Fleet

C’è una domanda che attraversa da qualche anno il mercato dei superyacht sotto i 500 GT: quanto carattere può permettersi una barca costruita per essere, prima di tutto, intelligente? Il Picchiotti P53 risponde con una tesi precisa: la misura non è un limite, è un linguaggio. Ed è con questo linguaggio che The Italian Sea Group inaugura la P-Fleet, il capitolo più radicale del rilancio di un marchio che naviga dal 1575.

Due anime, una rotta

Per capire il P53 bisogna partire dall’architettura del rilancio. Quando nel 2022 il gruppo di Marina di Carrara ha riportato in acqua il nome Picchiotti, lo ha fatto con la flotta Gentleman: linee ispirate ai motoryacht americani degli anni Sessanta, eleganza classica, una dichiarata nostalgia colta. La P-Fleet è l’altra metà del progetto, quella che guarda avanti anziché indietro: più architettonica, più sperimentale, pensata per un armatore che vive il mare come estensione del proprio tempo e non come citazione d’epoca.

Non è una contraddizione, è una strategia. Picchiotti è del resto un cantiere che ha attraversato quasi cinque secoli reinventandosi a ogni generazione: dal legno all’acciaio all’alluminio, dalla Traviata del 1910 — motor cruiser di dieci metri per l’aristocrazia italiana — fino ad Al Said, i 103,85 metri varati nel 1982 e oggi noti come Mabrukah, costruiti proprio nei capannoni di Marina di Carrara che sono ora il quartier generale di TISG. Fra questi due estremi sta tutta la plasticità di un’identità che il P53 rivendica come propria eredità.

Il progetto

Il P53 nasce interamente in casa: dipartimento R&D di The Italian Sea Group e Centro Stile Picchiotti, entrambi sotto la direzione di Mattia Piro, firmano architettura navale, esterni e interni. Cinquantatré metri di lunghezza, baglio massimo di dieci, scafo e sovrastruttura in alluminio: una piattaforma leggera e razionale, disegnata per restare sotto la soglia dei 500 GT.

È la scelta più rivelatrice dell’intero progetto. Sotto i 500 GT si semplifica la vita operativa — equipaggio, certificazioni, gestione — senza rinunciare a volumi da rappresentanza: dodici ospiti in sei cabine, dieci membri di equipaggio in cinque. La motorizzazione, due MAN V12, spinge lo scafo a 18 nodi di velocità massima con crociera a 14, mentre a 10 nodi l’autonomia dichiarata raggiunge le 4.000 miglia nautiche, con una capacità combustibile di 50.000 litri. Numeri che raccontano una barca pensata per viaggiare davvero, non solo per stazionare in rada.

Il mare come materiale di design

Se la piattaforma è razionale, l’esperienza a bordo è costruita attorno a un’idea quasi tattile del mare. Beach club di ampiezza inconsueta per la categoria, terrazze abbattibili, vetrate estese e una continuità dichiarata fra interni ed esterni: il progetto tratta l’acqua non come sfondo ma come materiale, facendola entrare a bordo sotto forma di luce, orizzonte e movimento.

Gli interni, sviluppati dal Centro Stile Picchiotti, giocano sull’equilibrio fra geometrie tese e calore materico: legni naturali, linee scultoree, un salone principale che si sviluppa attorno alla scala centrale come attorno a una spina dorsale architettonica, collegando le zone giorno alla suite armatoriale e alla skylounge superiore.

Il comunicato del cantiere insiste molto sulla psicologia dell’armatore contemporaneo — plurale, complesso, diviso fra controllo e abbandono. Al netto della retorica, il punto di sostanza c’è: il layout è pensato per cambiare registro nell’arco della stessa giornata, dal wellness mattutino alla convivialità serale, dalla navigazione impegnata al ritiro privato. Una flessibilità d’uso che nel segmento sotto i 500 GT è meno scontata di quanto sembri.

Un debutto che è un manifesto

Il P53 non naviga ancora: è un progetto compiutamente definito, in attesa del suo primo armatore, e sarà affiancato nella P-Fleet dal più grande P63, sopra i 1.000 GT. Ma il suo valore, oggi, è soprattutto di posizionamento. Con la flotta Gentleman da una parte e la P-Fleet dall’altra, The Italian Sea Group completa il disegno del rilancio: un solo marchio, due sensibilità, entrambe legittimate da una storia abbastanza lunga da contenerle tutte e due.

Per un nome che costruisce dal 1575, la vera tradizione — sembra dire il P53 — non è ripetere le forme del passato, ma conservarne l’attitudine: interpretare la propria epoca prima che diventi convenzione.

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