Ci sono marchi che tornano e marchi che ricominciano. Tecnomarine Yachts appartiene a una terza categoria, più rara: quella dei nomi storici che rientrano in acqua appoggiandosi a una struttura produttiva che, nel frattempo, non ha mai smesso di lavorare. È questo, più della semplice riesumazione di una sigla viareggina, il dato industriale che rende interessante l’operazione annunciata sul canale dei Navicelli.
L’imprenditore Massimiliano Zilioli ha rilevato il marchio fondato a Viareggio nel 1972 e ne riavvia l’attività nel distretto pisano, con un piano industriale dichiaratamente monomateriale: solo alluminio, per yacht dislocanti e semidislocanti custom da 25 a 50 metri. In vetrina, per il momento, due progetti: il TM33 e il TM40, entrambi sviluppati con lo studio Dragoni Designlab di Michele Dragoni. Il debutto ufficiale davanti a broker e stampa è fissato per il Monaco Yacht Show, in programma a Port Hercule dal 23 al 26 settembre.
Il nome, prima della barca
Per capire il peso di un rilancio bisogna sapere che cosa si rilancia. Tecnomarine nasce nel 1972 nel cuore della cantieristica viareggina, per iniziativa della famiglia Picchiotti — una delle dinastie più antiche del settore — insieme all’industriale Moreno Maestrelli e con la collaborazione tecnica di Paolo Caliari, uno degli architetti che in quegli anni stavano riscrivendo la grammatica formale del motor yacht italiano.
Il catalogo che ne è uscito ha attraversato mezzo secolo di gusto: oltre trecento scafi, il C-42, la serie di open veloci Cobra, i motor yacht della gamma T fino all’ammiraglia T-118, trentasei metri. Barche costruite indifferentemente in vetroresina, acciaio o alluminio, in un arco dimensionale che andava dai quattordici ai trentotto metri. Poi i passaggi di proprietà, la crisi, la messa all’asta del marchio e dei progetti nei primi anni Duemila: una parabola che il settore conosce bene e che ha lasciato la sigla dormiente ma non dimenticata, soprattutto fra gli appassionati di quella stagione di open aggressivi e proporzioni tese.
Una ripartenza che parte da un cantiere già acceso
La sede scelta è quella di via Darsena, nel comprensorio dei Navicelli: 3.500 metri quadrati coperti e 3.000 metri quadrati di piazzali dedicati alla costruzione su misura. È lo stesso indirizzo dal quale opera Terranova Italian Yachts, il cantiere che lo stesso Zilioli ha fondato nel 2015 rilevando a Pisa l’ex capannone della Benetti Sail Division, e con il quale ha costruito negli ultimi anni navette ed explorer in lega leggera.
È un dettaglio che cambia la lettura dell’annuncio. Il rilancio di Tecnomarine non nasce su un foglio bianco né su un capannone da riempire, ma su una filiera già rodata: maestranze, fornitori e un decennio di pratica quotidiana con l’alluminio in un distretto — quello pisano — che negli ultimi anni è tornato a essere uno dei poli più vitali della cantieristica toscana, fra costruzione e refit. Il marchio storico, in altre parole, arriva a completare una capacità produttiva esistente, non a inventarla.
“Il rilancio di Tecnomarine Yachts rappresenta una sfida industriale che poggia su fondamenta solide: la storia del cantiere e l’eccellenza del Made in Italy”, ha dichiarato Zilioli. “Ripartire da un distretto strategico come Pisa Navicelli ci permette di coniugare la tradizione artigianale alle più moderne tecnologie costruttive. Il nostro obiettivo non è solo rimettere in acqua un marchio storico, ma posizionarlo ai vertici della costruzione in alluminio, offrendo yacht che garantiscano sicurezza, efficienza e un design rigoroso”.
L’alluminio come dichiarazione d’intenti
La monomatericità è la decisione più netta del piano, e vale la pena leggerla per quello che è: non un ritorno alle origini, ma una selezione. Il Tecnomarine storico era un cantiere multimateriale, che passava dalla vetroresina degli open all’acciaio e alla lega leggera dei dislocanti; il Tecnomarine di oggi sceglie un solo alfabeto costruttivo e ci costruisce sopra un’identità.
È una scelta coerente con il segmento. Sopra i trenta metri l’alluminio consente pesi contenuti a parità di robustezza, libertà nel disegno delle sovrastrutture, autonomie lunghe e — soprattutto — una flessibilità progettuale che il costruito in serie non concede: ogni scafo può essere modificato in fase di costruzione senza le rigidità imposte dagli stampi. È il presupposto tecnico del full-custom, ed è la ragione per cui la stessa scelta ricorre in quasi tutti i cantieri europei che lavorano su commessa singola in questa fascia. Il cantiere la motiva anche in chiave di durabilità e riciclabilità del materiale.
TM33 e TM40, due modi di stare sull’acqua
I due progetti in evidenza dividono il campo con nettezza. Il TM33 è la lettura sportiva: trentatré metri, baglio di 7,80 metri, cinque cabine ospiti e una velocità di crociera dichiarata di diciotto nodi, con una piscina a sfioro a poppa che ne diventa l’elemento riconoscibile. Il lavoro di Dragoni Designlab si concentra qui sull’equilibrio fra un profilo teso e una distribuzione dei volumi interni che non sacrifichi l’abitabilità: la sfida ricorrente del fast cruiser in alluminio, dove ogni nodo guadagnato tende a essere pagato in metri cubi.
Il TM40 guarda invece alla distanza. Quaranta metri impostati sulla continuità visiva fra interni ed esterni, con ampie finestrature specchiate e una zona di poppa configurata come una terrazza aperta sul mare: un layout che privilegia il rapporto con l’acqua e la percorribilità dei ponti rispetto alla postura sportiva. È il modello su cui si misura la vocazione da lungo raggio dichiarata dal cantiere.
Attorno ai due protagonisti, il portafoglio conta altri tre progetti — TM41, TM45 e TM90 — con l’ammiraglia da 45 metri all’estremità superiore della gamma e un 27 metri, la cui sigla in piedi strizza l’occhio alla nomenclatura storica del cantiere, a fare da porta d’ingresso.
Appuntamento a Port Hercule
Il piano di rilancio, l’assetto industriale dei Navicelli e i progetti completi della gamma saranno presentati a settembre a Monaco, nell’edizione che celebra i trentacinque anni del salone. Sarà quello il momento in cui l’operazione dovrà passare dall’annuncio ai numeri: commesse, tempi di consegna, primo scafo in costruzione. Nel frattempo, il canale dei Navicelli si riprende un altro pezzo di storia della nautica toscana — e stavolta lo fa con un nome che a Viareggio, cinquant’anni fa, sapevano tutti pronunciare.




