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Luca Bassani: ecco tutti i segreti di Wally

Ha stravolto tutti i tradizionali canoni dello yachting classico. Ha reso le barche semplicissime e introdotto nuove linee purissime, sia nella vela che nelle barche a motore. È in assoluto il più copiato da tutti. Ma Luca Bassani, ideatore, fondatore e presidente di Wally ci sorprende confidando: “Ma io non ho inventato nulla…”

Lo yachting è considerato lo “sport dei re”… correva l’anno 1660 e Carlo II salì a bordo di uno “jacht” per fare ritorno in patria ed essere incoronato re d’Inghilterra. Quello sloop era leggero e veloce e il suo nome olandese significava “caccia” perché serviva a inseguire i pirati nelle acque poco profonde dei Paesi Bassi. La Compagnia delle Indie Orientali olandese gli fece realizzare una replica, il “Mary”. Carlo se ne servì per sfidare il fratello Giacomo lungo il Tamigi, da Greenwich a Gravesend e ritorno. Vinse 100 sterline… Sono passati più di quattro secoli: oggi Wally costruisce gli yacht più evoluti e ammirati della nautica da diporto.

Chi è Luca Bassani Antivari e cosa ha aggiunto alla storia dello yachting?
Spero qualcosa… Grazie ai miei genitori mi sono affezionato alla vela molto presto, e in seguito sono sempre stato un cliente di barche. Ho disegnato la prima barca a vela per mio padre nel 1991. Nella mia famiglia di barche ne sono passate veramente tante… questo mi ha permesso di accumulare un’esperienza in termini di flotta. Ad un certo punto mi sono detto: “bene, ora voglio fare una barca per me!”. Le barche a vela che si vedevano in giro nel 1989 non mi piacevano più. Non solo quelle di serie come gli Swan e i Baltic ma anche le custom dei cantieri come Sangermani, che è uno dei più bei marchi. Ho cercato di superare quella che era una fase di stallo dell’industria della barca a vela, che era influenzata più dai regolamenti di regata che dall’acqua e il vento.
I primi rating sono nati a fine ‘800 e per oltre un secolo la nautica a vela è stata influenzata da regolamenti nati intorno ad un certo tipo di barca, e non per far regatare insieme barche diverse. La scuola americana era favorevole alle barche larghe e leggere, mentre la scuola inglese era per barche strette e pesanti: due filosofie di rating che penalizzavano sia le barche inglesi in America che le barche americane in Inghilterra. A un certo punto le barche da regata per una strana ragione di rating iniziavano ad avere grandi volumi, mentre le barche da crociera rimanevano strette e con poco volume, scomode sia dentro che fuori… e per un appassionato di vela questo non era più sopportabile. A me sembrava stupido che le barche da crociera fossero influenzate da un sistema di regole che con la crociera nulla avevano a che fare. Ho voluto fare “tabula rasa” di questi limiti… una revisione completa che ripartiva dal concetto “base” per fare una barca comoda e semplice usando i materiali migliori per farla più leggera. Ho voluto eliminare le volanti e lo stralletto usando l’albero in carbonio e un tipo di crocette apposite, ma che già esistevano. Abbiamo usato il piano velico del soling per fare una barca più grande con il fiocco autovirante. Su un Wally non c’è nulla di inventato da zero.

In un mondo “tradizionalista” come quello della nautica, che ha avuto una evoluzione nei materiali ma non nei concetti, qual’è stato l’impatto delle tue idee sui progettisti navali con i quali hai lavorato?
È stato uno scoglio… e la fortuna di Luca Brenta. Di fronte al mio progetto preliminare di barca facile da condurre e con il fiocco autovirante Bruce Farr mi propose di fare una barca con un albero molto spostato a poppa, con un solo genoa rollabile e senza la randa! Io gli risposi che come barca da crociera da usare anche in regata… mi sembrava un po’ limitativa. German Frers mi ascoltò ma poi mi rispose con un “ci penso”… credo che all’apice della sua carriera intravedesse un rischio nel seguire un’idea così nuova. Allora cercai un giovane architetto che avesse bisogno di “sfondare” e Luca Brenta aveva appena fatto il Marisa, una barca veloce e con la poppa bella larga, vicina al mio concetto di barca. A lui la mia idea è piaciuta e abbiamo lavorato molto bene insieme… così siamo arrivati a fare il primo Wallygator.

Oltre all’easy sailing come nasce l’immenso valore aggiunto dei Wally… l’estetica semplificata?
L’estetica Wally non è partita da lì ma è arrivata lì. È venuta fuori durante i molti meeting in cui disegnavo il Walligator assieme a Luca Brenta… allora avevo dei bambini piccoli e gli ho chiesto di nascondere tutte le manovre pericolose per loro come le scotte, che con tre tonnellate attaccate ti possono portare via una mano. Inoltre non volevo che i miei ospiti prendessero delle “mignolate” in coperta… me compreso!
Disegnando i finestrini della tuga poi, tra la scelta di farne due o tre incrociati ho deciso di farne uno solo a freccia e molto pulito. Una semplificazione dovuta principalmente a motivi funzionali, poi per il buon gusto delle cose semplici.

L’avvocato Agnelli quando vide il primo Wally disse: “Bella bella… sembra una mattonella”. Un commento divertente ma che oggi pare una premonizione, visto il successo che hanno avuto dettagli precisi e inaspettati come una prua dritta o una poppa aperta. Qual’è il trait-d’union che unisce i Wally a vela con quelli a motore secondo Luca Bassani?
I miei capisaldi sono il Wallygator ketch e il WallyPower 118, perchè ogni volta che ci salgo a bordo per navigare, entrambi mi prendono il cuore! Dopo aver varato il primo Wallygator per ben due anni vidi che nessuno copiava le nostre idee… fu un’epopea per me. La barca andava bene, era comoda e veloce, ed era anche molto bella dal mio punto di vista. Al tempo era considerata una barca con la prua troppo verticale, mentre oggi ci sembra ancora inclinata in avanti. Sentii che c’era lo spazio per fare un piccolo business e così decisi di realizzare la vera barca moderna… lì nasce il progetto del Wallygator ketch, che oggi è il Narida. Poi venne il “Genie of the Lamp” e il “Tiketitan”… Sul WallyPower si vive molto nel pozzetto di prua, dove non essendoci una sovrastruttura incombente alle spalle si gode di una visuale libera di trecento gradi, quasi come su una barca a vela. Le sue superfici vetrate inoltre permettono una visuale completa da poppa a prua, creando una barriera acustica ma non visiva, per isolarci dal rumore ma permetterci di controllare cosa sta succedendo nei vari punti della barca.

Wally ha introdotto sulle sue barche da crociera materiali avanzatissimi come le vele in carbonio, che fino ad allora erano state usate solo nelle regate di Coppa America. Come avete sublimato una innovazione tanto estrema nelle vostre barche da crociera?
Le primissime vele di carbonio le aveva fatte North Sails per il Moro di Venezia nel 1992, ma dopo averle issate le ammainavano subito, perchè si rompevano. Quando abbiamo varato il Walligator ketch nel 1994 a Rhode Island, le prime vele in Spectra erano risultate pesanti e non tenevano la forma, ho così comunicato a Tom Whidden della North Sails la mia volontà assoluta di avere le vele in carbonio. Il loro esperto di tessuti mi ha proposto di stendere le fibre di carbonio in un sandwich di Mylar. L’idea mi è sembrata giusta e ho accettato la proposta, anche se dopo l’esperienza con il Moro mi hanno chiesto di firmare una clausola in cui mi assumevo ogni responsabilità sul risultato finale. Per primo abbiamo realizzato un fiocco molto leggero che abbiamo usato fino a trenta nodi di vento, è durato tre anni mantenendo una forma meravigliosa… da quel momento in poi le vele delle grandi barche si sono fatte così. Le 3DL sono venute dopo.

Parlando di comodità a bordo Wally propone uno studio molto accurato negli spazi esterni: dalla “terrazza sul mare” di poppa al pozzetto centrale, fino a un pozzetto di prua dove godere della privacy più assoluta anche in banchina… come avete re-inventato la vita all’aperto?
Le barche, pur grandi che siano, rimangono piccole. Ogni tanto si sente il bisogno di avere un pò più di spazio per “prendere una boccata d’aria”. Questo significa che il concetto tradizionale del pozzetto unico viene sostituito da due o tre zone dove potersi separare. In alcuni momenti della giornata ci si allontana spontaneamente formando dei gruppetti, solitamente capita di dividersi tra adulti e bambini, ma anche tra uomini e donne… infatti oggi tutti stanno facendo i pozzetti di prua, specialmente nelle barche a motore.

Lavorando con i migliori architetti navali e i più famosi progettisti di interni, c’è ancora un progettista con il quale ti piacerebbe lavorare?
Sicuramente. Ci sono dei progettisti che mi piacciono molto e con cui non ho mai lavorato, ma non farò nomi. È importante che sia abbastanza flessibile da saper reinterpretare il proprio pensiero per adattarlo alla barca, e non solo applicare le stesse soluzioni già collaudate con successo su altre barche, come capita molto più spesso. Il bravo architetto è quello che “ci mette del suo” ma sa interpretare il cliente in ogni progetto.

Cos’è il lusso per Luca Bassani?
Libertà. Soldi. E tempo per poterli spendere.

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